Sfruttamento del lavoro, catene invisibili anche a Piacenza
Trentadue indagini avviate dalla Procura in 5 anni. Dal caporalato nei campi ai turni massacranti alla guida dei camion. Il punto in un convegno alla Cattolica

Paolo Marino
|5 mesi fa

Non serve evocare scenari lontani o ottocenteschi per parlare di sfruttamento: è una realtà attuale, anche in Italia e nel territorio piacentino. È il messaggio emerso dal convegno “Spezzare le catene invisibili” promosso dall’Università Cattolica, dove è stato evidenziato come il lavoro povero e le violazioni dei diritti siano fenomeni diffusi. A livello globale, quasi 50 milioni di persone vivono in condizioni assimilabili alla schiavitù, ma anche a Piacenza il problema è concreto, soprattutto nei settori della logistica e dell’agricoltura.
Le testimonianze parlano di turni massacranti, paghe insufficienti, minacce e scarsa sicurezza. Negli ultimi cinque anni la Procura ha aperto 32 procedimenti per sfruttamento e caporalato. Emblematico il caso di lavoratori indiani impiegati nei campi, isolati e ignari dei propri diritti. Un nodo critico riguarda il ruolo degli imprenditori, spesso formalmente estranei alle responsabilità grazie al sistema delle cooperative.
Lo sfruttamento colpisce anche lavoratori italiani, come dimostrano i casi nel trasporto merci, con autisti costretti a guidare per ore oltre i limiti. Sul fronte del contrasto, progetti come Common Ground hanno cercato di costruire fiducia tra le vittime, spesso diffidenti dopo abusi subiti.
Emergono poi criticità strutturali: la frammentazione dei contratti collettivi e la debolezza sindacale, che finiscono per demandare ai giudici la definizione di salari equi. Infine, istituzioni e Ispettorato chiedono controlli più flessibili ed efficaci, anche con l’uso dell’intelligenza artificiale, per contrastare un fenomeno che continua a evolversi ma resta profondamente radicato.
Sul fronte sicurezza, in base ai dati dell’Ispettorato, si registra una sanzione al giorno nei primi tre mesi del 2026. Ad emergere è soprattutto la mancanza di formazione obbligatoria dei lavoratori.
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