Donne piacentine più istruite, ma con ruoli inferiori rispetto agli uomini
Redazione Online
|1 anno fa


Nel corso del quadriennio 2020-2023 il tasso di attività femminile ha avuto un trend crescente, aumentando del 4,3%, quello maschile invece è cresciuto nello stesso periodo di 1,5 punti percentuali.
Secondo il report, l’occupazione femminile piacentina si caratterizza – rispetto a quella maschile – per una maggior incidenza del lavoro dipendente (85% contro 74%) e dei contratti a tempo determinato (19% contro 14%). Più elevata risulta inoltre la quota del lavoro part-time (30% contro 6%).
Anche nel Piacentino, le donne occupate risultano mediamente più istruite degli uomini, presentando al loro interno da un lato una quota inferiore di persone con bassi titoli di studio e dall’altro un’incidenza molto più elevata di laureate.
Secondo il report, l’occupazione femminile piacentina si caratterizza – rispetto a quella maschile – per una maggior incidenza del lavoro dipendente (85% contro 74%) e dei contratti a tempo determinato (19% contro 14%). Più elevata risulta inoltre la quota del lavoro part-time (30% contro 6%).
Anche nel Piacentino, le donne occupate risultano mediamente più istruite degli uomini, presentando al loro interno da un lato una quota inferiore di persone con bassi titoli di studio e dall’altro un’incidenza molto più elevata di laureate.

Rispetto alla posizione nella professione emerge come la componente femminile, nonostante i maggiori livelli di istruzione, sia caratterizzata da una minor presenza di ruoli direttivi rispetto alla componente maschile. Il 4% occupa posizioni direttive (imprenditori, dirigenti, quadri), contro il 6% dei maschi, mentre è pari all’82% il numero delle operaie e delle impiegate (72% per i maschi). Meno numerose sono anche le lavoratrici in proprio (8% contro il 18% maschile).
Simili, tra maschi e femmine, sono invece i giudizi degli occupati sul livello di soddisfazione per il lavoro svolto, risultando molto elevato per entrambi i generi in oltre il 60% dei casi.
Simili, tra maschi e femmine, sono invece i giudizi degli occupati sul livello di soddisfazione per il lavoro svolto, risultando molto elevato per entrambi i generi in oltre il 60% dei casi.

Passando a considerare i non occupati (disoccupati e inattivi disponibili), i motivi per cui le donne hanno smesso di lavorare riguardano principalmente il fatto di aver concluso un lavoro a termine (34%) e di essere state licenziate e/o messe in mobilità (22%); nel 27% dei casi sono invece andate in pensione, molto meno di quanto abbiano fatto gli uomini (43%). Emerge inoltre la motivazione – non rilevante percentualmente ma comunque significativa perché non presente tra gli uomini – legata alla cura dei figli e degli altri famigliari.
Nel caso, infine, delle donne inattive e non disponibili a lavorare, sono in questa condizione perché in pensione (29%) o perché non interessa e non se ha bisogno (19%). Non lavorano invece perché studiano o seguono un corso di formazione professionale nel 17% dei casi. I motivi famigliari (cura dei figli, casalinga, in attesa di un figlio) incidono d’altra parte per quasi il 25% (contro il 2% degli uomini).
Va tuttavia specificato che, per certi versi inaspettatamente, per queste ultime la decisione è in larga parte motivata come una scelta personale e non come dovuto alla carenza o al costo dei servizi.
Nel caso, infine, delle donne inattive e non disponibili a lavorare, sono in questa condizione perché in pensione (29%) o perché non interessa e non se ha bisogno (19%). Non lavorano invece perché studiano o seguono un corso di formazione professionale nel 17% dei casi. I motivi famigliari (cura dei figli, casalinga, in attesa di un figlio) incidono d’altra parte per quasi il 25% (contro il 2% degli uomini).
Va tuttavia specificato che, per certi versi inaspettatamente, per queste ultime la decisione è in larga parte motivata come una scelta personale e non come dovuto alla carenza o al costo dei servizi.

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