Allo "Specchio" Giulia Gardani, tra tennis e nuova quotidianità

Matteo Prati
|3 ore fa
Allo "Specchio" Giulia Gardani, tra tennis e nuova quotidianità
3 MIN DI LETTURA
Si scorge un momento preciso in cui una traiettoria cambia direzione. Nel caso di Giulia Gardani, quel punto di svolta ha interrotto una vita costruita sul movimento, sul ritmo degli allenamenti e sulla progressione degli obiettivi, imponendone un’altra, tutta da ridefinire. Tennista e istruttrice federale originaria del Cremonese (Spinadesco) e residente a Piacenza, Giulia ha ripercorso questo passaggio nello studio della trasmissione Lo Specchio su Telelibertà, ospite di Nicoletta Bracchi.
Ne emerge un racconto che tiene insieme sport, vita personale e trasformazione, oggi al centro anche del libro “Giulia. Quel rovescio all’incrocio” di Thomas Trenchi. Lei stessa parla di una “tripla vita”, scandita da un prima e da un dopo che non coincidono soltanto con una data, ma con un cambiamento radicale di prospettiva. Il riferimento è all’incidente del 20 agosto 2023, a New York, nell’ultima sera del viaggio di nozze con il marito Matteo Maj: «Ero in luna di miele quando una donna mi ha travolta. È stata una diagnosi feroce: lesione midollare, tetraplegia».
Da quel momento la sua quotidianità è cambiata radicalmente. Il percorso riabilitativo è stato lungo: tre settimane al Bellevue Hospital Center di New York, poi nove mesi al Niguarda di Milano, quattro mesi a Fiorenzuola, il rientro a casa e ancora riabilitazione. Proprio al Niguarda arriva un passaggio cruciale: «All’inizio mi avevano detto che sarei rimasta a letto tutta la vita. Quando ho visto la carrozzina ho capito che potevo muovermi, viaggiare, ridisegnare un orizzonte. È stato un cambiamento determinate». Da lì, piccole conquiste quotidiane: «Anche solo bere da sola diventa una sfida. E a volte bisogna anche saper ridere e usare ironia».
A 37 anni si è iscritta all’Università, facoltà di Scienze Motorie, senza mai interrompere il legame con il tennis: «Ho preso la prima racchetta a cinque anni e mezzo, da lì è nato tutto». Cresciuta alla Canottieri Baldesio di Cremona, ricorda «giornate piene sulla terra rossa e momenti bellissimi di volèe e passanti». Ha giocato anche a livello internazionale, fino alla posizione 832 del ranking WTA. Nel 2015 si trasferisce a Piacenza, dove prosegue l’attività di insegnante alla Farnesiana. «Non sono cambiata come istruttrice dopo l’incidente. Pensavo fosse un limite non poter impugnare la racchetta, invece con le parole si può trasmettere molto. Riesco a far passare l’essenza del tennis anche così».
Accanto a lei, sempre, il marito Matteo: «Siamo sempre insieme. Senza di lui non potrei fare nulla». Il loro legame nasce anche sul campo: «Ci siamo sposati a mezzogiorno all'Elba e alle 17 eravamo già a giocare a tennis. Io sono più chiusa, lui coglie sempre il lato positivo». Dopo l’incidente, la mentalità sportiva è stata decisiva: «Prima gli obiettivi dipendevano da me, ora non sempre. Il corpo non risponde come vorresti, ma bisogna comunque ripartire». Non rinuncia a progettare il futuro. Oggi è inserita in un protocollo sperimentale all’ospedale San Raffaele di Milano, sotto la guida del professor Pietro Mortini, un percorso che rappresenta per lei una prospettiva concreta, pur nella consapevolezza dei limiti e delle incognite.
«Si tratta di un intervento con un chip che bypassa la lesione – spiega - io ci spero, sono in lista d’attesa. Prima o poi qualcosa succede e magari la mia quarta vita potrebbe essere ancora in piedi». Non è un’attesa passiva, ma parte attiva del suo percorso: tra riabilitazione, studio e insegnamento, anche la prospettiva scientifica diventa un obiettivo, accanto ai traguardi quotidiani. Intanto organizza tornei, coltiva relazioni: «La monotonia l’ho sempre rifiutata». Fondamentale la famiglia: «Mia mamma non ha mai esitato. Mio padre mi accompagnava ai tornei, ovunque, con un incoraggiamento silenzioso che mi faceva sentire speciale. E poi Matteo e i suoi familiari: siamo una squadra».
Una storia senza retorica in “Quel rovescio all’incrocio”
“Giulia, quel rovescio all’incrocio”, edito da Officine Gutenberg, è già disponibile in libreria con la prefazione di Stefano Meloccaro e una dedica di Jannik Sinner. Il libro che racconta la vicenda di Giulia nasce quasi per caso: «Thomas Trenchi mi ha chiamata dicendomi che voleva raccontarla come piaceva a me, senza retorica, attenendosi ai fatti». Un’impostazione che Giulia riconosce pienamente anche nella lettura: «Quando l’ho letto è stato come vedere un film, come se qualcuno avesse rimesso in ordine le immagini». La recente presentazione al Teatro Filodrammatici è stata, nelle sue parole, «un momento molto bello, condiviso con tante persone, ero a mio agio in quel contesto», occasione per restituire pubblicamente un percorso che fino a quel momento era stato soprattutto intimo e personale.
Tra i ricordi più recenti, anche l’incontro con Sinner alle ATP Finals: «Una persona fantastica, con una grande umiltà. Ci ha detto “grazie di essere venuti a vedere”, e sembrava di incontrarlo tutti i giorni, come se lo conoscessi da sempre». Guardando al tennis da spettatrice, Giulia mantiene uno sguardo tecnico: «Preferisco il maschile, più spettacolare e ricco di spunti. Mi ci ritrovo, ero una giocatrice d’attacco». Nel suo percorso riconosce il valore degli insegnamenti ricevuti: «Devo molto al mio maestro Matteo Pifferi, ma anche a Riccardo Piatti». Oggi guarda avanti con realismo: «Le vittorie non sono numeri, ma rispetto per se stessi e conquiste quotidiane». E conclude: «Un set dopo l’altro, non si molla». Tutte le puntate de “Lo Specchio” sono disponibili on demand sul sito di Libertà.