La prima di "Cronaca di un amore. Callas e Pasolini" riceve applausi al Teatro Municipale

L'opera di Tramontano, su libretto di Mattioli, convince la platea. Bravi gli interpreti. Presenti numerosi sovrintendenti e direttori artistici.

Redazione
|2 ore fa
I due protagonisti - © Libertà/Gianni Cravedi
I due protagonisti - © Libertà/Gianni Cravedi
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Non era impresa facile, quella di Davide Tramontano e Alberto Mattioli, che venerdì sera nei rispettivi ruoli di compositore e librettista, hanno portato in scena al Municipale “Cronaca di un amore. Callas e Pasolini”, opera lirica contemporanea realizzata su commissione della Fondazione Teatri di Piacenza che, tra i due anniversari a cinquant’anni dalla morte del cineasta (2025) e del soprano (2027) ha voluto rendere loro omaggio. La sfida però è stata vinta e salutata da calorosi applausi.
Mattioli, giornalista professionista, esperto di teatro musicale, drammaturgo, autore di saggi, libretti d’opera e libri (l’ultimo è “Il loggionista impenitente”) e Tramontano, musicista e compositore emergente, formatosi al nostro Conservatorio “Nicolini”, alla sua seconda opera dopo il successo di “Mother” nel 2024, hanno infatti fornito il materiale perfetto sul quale si sono innestate le idee vincenti dei registi Davide Livermore e Mercedes Martini, di Eleonora Peronetti per le scene, Anna Verde per i costumi, Aldo Mantovani per le luci e D-Wok per l’editing video, oltre alle voci degli interpreti: Carmela Remigio-Maria Callas, Bruno Taddia-Pasolini, Caterina Meldolesi (la Madre) e Didier Pieri (il Ragazzo). Il tutto magistralmente accompagnato dai musicisti dell’Orchestra Filarmonica Italiana diretta da Enrico Lombardi.
La musica di Tramontano si è dipanata ad “onde” sonore, reiterando stilemi come strappi improvvisi, crescendi, effetti sonori e percussivi, sui quali si sono sovrapposte le declamazioni di Pasolini e gli acuti della Callas, anche questi secondo schemi ripetuti per tutta l’opera (ascendente-discendente). L’effetto è stato un costante senso di sospensione, simbolica di quella sospensione di affetti che per tutta l’opera domina e opprime la relazione tra i due protagonisti.
Una scena dell'opera
Una scena dell'opera

Partendo dal set cinematografico di “Medea”, film di Pasolini del 1969, la storia d’amore tra il regista e il soprano è stata raccontata e al tempo stesso sublimata. Un amore ineluttabile (“Ma io ti conosco, ti ho sempre conosciuto” commenta il regista e Callas replica con “Due anime che si riconoscono senza toccarsi”) ma al tempo stesso irrealizzabile. Pasolini è infatti diviso tra la Callas e il Ragazzo (simbolo dei suoi amori omosessuali) dal forte accento romano (che evoca -o forse vuole citare- l’Ettore di “Mamma Roma”, film dello stesso Pasolini del 1962). Attraverso i due atti dell’opera la relazione Pasolini-Callas si sfilaccia sempre più, sulla scena così come fu nella realtà, tra vertici (il bacio alla fine del primo atto, l’anello creduto pegno di fidanzamento che il regista le regala, la madre di lui che sogna il matrimonio del figlio) e abissi, mentre gli “alter ego” dei due protagonisti si muovono e agiscono, così come dichiarato dai registi, come Callas e Pasolini “avrebbero voluto fare nella realtà, liberi dai vincoli della cronaca e dalle maschere che la società aveva imposto loro”.
Sul libretto di Mattioli, che ha brillato per efficacia, agilità e raffinatezza, senza trascurare di divertire con la sua sagacia, l’umorismo e l’autoironia che lo contraddistinguono (“Gente stupida, i giornalisti” fa dire a Pasolini) la vicenda raggiunge il suo epilogo: nonostante le premesse (e, forse, le promesse) il regista fa marcia indietro. Sulle note che citano la “Traviata” verdiana, il doppio monologo dei protagonisti mette a nudo i loro sentimenti e la condanna alla propria solitudine (Callas: “Sola, sempre sola”, Pasolini: “Solo, ormai solo”). La musica si spegne lentamente, così come il loro amore. Un amore impossibile.
Mauro Bardelli
SETTE MINUTI DI APPLAUSI. UN DEBUTTO TRA EMOZIONE, SPERIMENTAZIONE E REAZIONI CONTRASTANTI
Il buio in sala dura un respiro, poi l’ultima vibrazione si spegne e accade qualcosa che, per l’opera contemporanea, non è mai scontato: il pubblico esplode. Sette minuti di applausi, compatti, insistiti, quasi a voler trattenere ciò che è appena accaduto sul palco. È così che il Teatro Municipale di Piacenza ha salutato la prima assoluta di “Cronaca di un amore - Pier Paolo Pasolini e Maria Callas”, nuova opera del compositore Davide Tramontano, classe 2000, su libretto di Alberto Mattioli.
Non un debutto qualunque, ma un banco di prova per capire se la nuova lirica possa ancora parlare al presente senza rinnegare il proprio passato. In platea, non a caso, siedono sovrintendenti e direttori artistici tra i più autorevoli del panorama nazionale, a osservare da vicino un esperimento artistico. In palco, Cecilia Gasdia, sovrintendente dell’Arena di Verona.
«Il futuro dell’opera lirica passa dai compositori viventi», afferma Pierangelo Conte, direttore artistico del Teatro Comunale di Bologna, che coprodurrà questa opera. Una linea condivisa anche da André Comploi, direttore artistico della Fondazione Haydn: «La libertà dell’arte è fondamentale e oggi non è scontata. Ai giovani va data una possibilità: nulla è intoccabile, l’arte deve avere il coraggio di andare oltre».
Sulla stessa traiettoria Sebastian Schwarz, casting manager del Teatro alla Scala: «È importante affidare ai giovani non solo la composizione, ma anche regia e direzione. Devono stare sul palco, confrontarsi con il pubblico».
Per il Teatro Municipale, come sottolinea la direttrice artistica Cristina Ferrari, si tratta di una scelta precisa: «Accanto ai titoli di repertorio è necessario dare spazio a nuove opere, soprattutto quando si tratta di un’eccellenza del nostro territorio».
Tutti i protagonisti ricevono gli applausi finali
Tutti i protagonisti ricevono gli applausi finali

Il lavoro di Tramontano si muove proprio su questo crinale: dichiaratamente figlio della tradizione, ma deciso a rileggerla con un linguaggio personale. «I compositori di oggi sono i figli di quelli di ieri», spiega. «Esiste una continuità che non si è mai interrotta, ma che si rinnova attraverso nuove estetiche». Ma quale è stato il rapporto tra Tramontano e il librettista Alberto Mattioli? «Non mi era mai capitato che la scrittura di un libretto andasse così liscio», dice Mattioli. Invece il compositore: «Un confronto costante, senza attriti. Mi ha sempre ripetuto: “l’opera resta sempre del compositore”».
Carmela Remigio (Callas) e Bruno Taddia (Pasolini) costruiscono un dialogo intenso, fatto di attrazione e distanza, restituendo tutta la complessità emotiva dei personaggi. L’intesa tra i due interpreti è evidente e necessaria: senza quella tensione reciproca, il racconto perderebbe forza.
La Callas emerge in una doppia dimensione, divisa tra la figura pubblica della diva e quella privata, fragile e irrimediabilmente sola. Pasolini, al contrario, appare attraversato da una contraddizione continua: forte e insieme vulnerabile, esposto, umano. Una solitudine che, pur declinata diversamente, finisce per accomunarli: “sola” e “solo”, due traiettorie parallele che non trovano mai una vera conclusione.
Non è un caso, allora, che il finale resti aperto. Come preannunciato gli autori hanno rinunciato ad una presa di posizione, evitando di imporre una chiave interpretativa su un rapporto che non ha mai avuto un epilogo definito. Ne nasce una chiusura sospesa, quasi trattenuta, che non lascia lo spettatore deluso.
Visivamente, lo spettacolo trova un equilibrio efficace anche grazie ai costumi di Anna Verde e all’inserimento di immagini originali dei due protagonisti, in un dialogo continuo tra memoria e rappresentazione.
Nonostante sia durato un’ora e venti senza intervallo il tempo è volato. Eppure, al di là dell’accoglienza calorosa, non manca una certa divisione tra gli spettatori: la maggior parte è uscito entusiasta, colpito dalla forza emotiva e dall’impianto visivo; invece, altri hanno percepito una certa ripetitività nella scrittura musicale e drammaturgica. Ma è forse proprio in questa frattura che l’opera trova il suo senso più autentico. Perché, quando la nuova musica riesce a dividere senza lasciare indifferenti, significa che ha ancora qualcosa da dire. E a Piacenza, almeno per sette minuti, quel messaggio è arrivato forte e chiarissimo.
Benedetta Del Re