Ogni posto della terra a portata di mano ma meno liberi di ieri
Dal viaggio alle “erranze” e l’idea di comunità che ha tante chiavi di lettura
Elisabetta Paraboschi
|8 mesi fa

Maura Gancitano, Vincenzo Latronico e Claire Marin
Nel 1872 per Jules Verne bastavano 80 giorni per fare il giro del mondo. Più di 150 anni dopo, ne servono molto meno: ogni posto della terra sembra a portata di mano, ma quanto lo è davvero? E quanto un luogo può rappresentarci e aiutarci a essere noi stessi? Ne hanno parlato - in una sala dei Teatini gremita per il Festival del pensare contemporaneo - la filosofa Claire Marin e lo scrittore Vincenzo Latronico. Il dialogo, moderato dalla scrittrice Maura Gancitano, ha posto al pubblico alcuni interrogativi: che cosa ci spinge a lasciare i luoghi e i ruoli in cui siamo cresciuti? E dove si può ancora cercare un senso di appartenenza?
Marin le chiama “erranze”: « La novità rispetto al passato è la possibilità materiale e tecnica di spostarsi molto di più - spiega - questa possibilità crea delle erranze che non si verificavano prima e che non sempre hanno un senso: le troppe possibilità sono in un certo senso inquietanti».
Per Latronico c’è anche un fattore politico ed economico che incide: « Da quando esiste l’individuo contemporaneo l’anelito a viaggiare fa parte della nostra idea di sviluppo della persona sottolinea - ma ci sono anche alcune determinanti politiche ed economiche: io ho 41 anni, sono cresciuto con l’idea di un orizzonte sempre in espansione e questo, se visto positivamente, era sinonimo di grande libertà. Se visto negativamente invece può essere inteso come una sorta di shopping identitario in cui bastava cambiare luogo per essere chi siamo. Oggi le cose sono cambiate: quando avevo 20 anni ci si poteva trasferire a Parigi, Vienna o Berlino con 500 euro: oggi non è così e non solo per la Brexit ma anche per la finanziarizzazione dell’abitare e la trasformazione della casa da diritto a privilegio. Questa nostra libertà formatasi negli ultimi decenni del Nove-cento adesso non esiste più».
Filosofia e letteratura si sono incontrate per sondare il cuore dell’inadeguatezza contemporanea, tra tensione al radicamento e desiderio di fuga: anche il tema del ritorno è stato oggetto di riflessione.
Marin ha parlato di una “Francia che si desertifica in alcuni luoghi”: « Durante il Covid c’è stato un ritorno verso le campagne, idealizzate anche grazie a una mancanza di conoscenza - fa presente - così se prima c’era la frattura fra la città e le periferie, oggi c’è anche con le persone che vivono nelle campagne e che si sentono abbandonate come chi vive nelle periferie».
« La questione del ritorno è la chiave per capire tanti problemi identitari che abbiamo oggi - fa presente Latronico - oggi si parla di comunità in tante chiavi di lettura, quasi polverizzandola; dall’altra c’è un’idea di comunità quasi dogmatica e chiusa agli altri. L’appartenenza ad alcune comunità è assegnata alla nascita, ma ce ne sono alcune da cui si può entrare e uscire, anche se farlo è faticoso: tuttavia è proprio questa fatica, il fatto che ci sia una frizione, che dà significato al senso della comunità».
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