Dipendenza da smartphone, «Anche a Piacenza diversi casi in cura»
A rischio soprattutto i maschi tra 25 e 40 anni. La psicoterapeuta: uso compulsivo e presenza sui social per mascherare un vuoto
Elisabetta Paraboschi
|8 mesi fa

Il termine tecnico è «nomofobia». Chi ne soffre è «malato di cellulare», ha il terrore di smarrire il proprio smartphone e di non essere più connesso. È una sindrome figlia dell’oggi e anche nel Piacentino sono diversi i casi di giovani adulti che entrano in terapia per curarsi. La conferma arriva dalla psicoterapeuta Sara Maini: a essere colpiti sarebbero più uomini e la fascia d’età più a rischio è quella fra i 25 e i 40 anni.
«Ci sono diversi casi e ad accomunarli è un vissuto di insoddisfazione e inquietudine, di vuoto e solitudine che si tenta di colmare con un uso compulsivo degli smartphone e una presenza costante sui social – spiega – nel caso in cui la persona sia uomo spesso l’abuso della rete sconfina in una dipendenza da siti pornografici. O anche nel rischio del gioco d’azzardo. Ma molti pazienti parlano anche di una dimensione legata al controllo delle relazioni: oggi i tradimenti si scoprono da Instagram, dai like alle foto e dal numero dei follower che aumenta e che viene minuziosamente controllato dal partner. In certi casi la dipendenza da smartphone si sviluppa proprio così».
Ad oggi – sottolinea Maini – il «DSM» (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Desorder di American Psychiatric Association) non riconosce formalmente la dipendenza da internet come categoria diagnostica autonoma: tuttavia la comunità scientifica riconosce che il fenomeno esiste, anche se non tutto l’uso eccessivo è una dipendenza clinica, ma può diventare un comportamento disfunzionale.

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