Operatori sociali più di un lavoro, per molti diventa una missione

L’analisi del sindacato sui problemi di una categoria indispensabile alla società attuale: stipendi bassi, rischi e turn-over altissimo

Pier Paolo Tassi
|2 ore fa
Irene Barbirati con un gruppo di utenti della cooperativa per cui lavora, la Cefal
Irene Barbirati con un gruppo di utenti della cooperativa per cui lavora, la Cefal
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A un certo punto per i dipendenti delle cooperative sociali la quattordicesima sembrava una chimera. Eppure è arrivata, seppur in extremis e in misura ridotta (di fatto una tredicesima e mezzo), assieme al rinnovo del contratto collettivo nazionale 2023-2025, portandosi con sé aumenti su base mensile tra i 120 e i 133 euro lordi. Sufficienti a ridurre, se non altro, la forbice con i colleghi pari livello del settore pubblico, ma non certo a colmarla: la retribuzione lorda di un educatore con titolo (la laurea L-19) dipendente di una cooperativa sociale è infatti di 1.727 euro, contro i 2.092 dei colleghi in servizio presso gli enti locali.
Come gli assistenti sociali comunali, il cui stipendio però prevede solo tredici mensilità.
In ogni caso, al netto delle differenze retributive, quello di educatori, assistenti ed operatori sociali è diventato un mestiere sempre più difficile, che espone a rischi (dalle aggressioni da parte di un’utenza sempre più turbolenta al burn-out), registra tassi di turn-over altissimi e moltiplicate richieste di limitare una flessibilità ormai diventata “on demand”, per usare un’espressione del segretario generale Fp-Cgil, Alberto Gorra. Eppure, sembrerebbe il caso di dirlo, questi lavoratori son proprio coloro che più di tutti hanno il polso della città che cambia. Una città che esprime bisogni nuovi, fragilità non calcolate, che si divide tra chi pretende livelli di inclusione qualitativi della popolazione straniera a fronte di risorse sempre più ridotte, e chi al contrario crede che senza il contributo della forza lavoro immigrata, il welfare pensato dai nostri padri costituenti sarebbe già collassato.
In mezzo, ci sono loro: i lavoratori del sociale, in trincea ad ascoltare storie di vita che restano appiccicate addosso. Dal migrante revocato dal centro di accoglienza che non sa più dove andare all’ex detenuto che trova solo porte chiuse al lavoro, dal padre separato che cerca un tetto sopra la testa, al minore non accompagnato che chiede aiuto a una città di cui a malapena conosce il nome. Storie che pesano sulle spalle, come uno zaino invisibile agli altri, quando il turno finisce e si cerca di tornare faticosamente alla normalità.