Vi presento Max Parisi: perché parlare di cancro non deve essere un tabù

La riflessione del direttore di Libertà Gian Luca Rocco e la testimonianza del giornalista di R101 e Radio Monte Carlo

Gian Luca Rocco
Gian Luca Rocco
|39 minuti fa
Vi presento Max Parisi: perché parlare di cancro non deve essere un tabù
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di Gian Luca Rocco
Conosco Massimo detto Max Parisi da quasi un quarto di secolo. Abbiamo trascorso molte ma molte albe insieme, soprattutto a Tgcom, dove io lavoravo per il sito e lui, grandissima voce, confezionava notiziari per R101 dalla nostra redazione. Max ha un sorriso aperto e un vocione, un fisico da giocatore di rugby ed è una di quelle persone a cui non puoi non voler subito bene. Empatico e divertente, ma anche attento e per nulla superficiale, con lui ci parli di tutto e anche due battute insieme diventano memorabili.
Negli anni, come capita, ci siamo un po’ persi di vista, anche se, grazie soprattutto ai social, siamo rimasti in contatto, seguendoci da lontano, come capita spesso. Max è diventato una delle voci e dei volti di punta di Radio Monte Carlo, che, soprattutto quando ero a Milano, ascoltavo avidamente; ha due belle bambine e, insomma, ero molto contento per lui: è un ottimo giornalista e una splendida persona.
Un paio d’anni fa, l’ho visto sparire dai social, per poi ripresentarsi con un volto smunto e smagrito. Da quello che scriveva, ho capito che stava affrontando una brutta malattia che poi ho scoperto essere un tumore al pancreas. Lo dico chiaramente: come un coniglietto impaurito, non ho avuto il coraggio di scrivergli e chiedergli come andasse. Ho continuato, in silenzio, a seguirlo. Fino a qualche giorno fa, quando ho visto una sua foto con la moglie sopra un aereo, direzione Arizona.
«Partire è un po’ morire, scriveva Haraucourt. Partire è un po’ cercare di allontanare la morte, scrivo oggi io» dice Max nel suo post. Il suo viaggio alla ricerca di un medicinale che allunghi la sua aspettativa di vita, al momento molto breve, mi ha colpito. Primo, per la capacità di descrivere una situazione che piegherebbe il novanta per cento delle persone con lucidità e senza alcun piagnisteo o retorica. Secondo, perché il suo viaggio riguarda tutti noi. Il tumore, il cancro è la seconda causa di morte in Italia dopo le malattie cardiovascolari con il 25% dei decessi. I conti, comunque, ero capace di farli anche da solo.
Chi di voi non ha avuto a che fare direttamente o indirettamente tramite un parente o un amico con questa malattia? Vi dico solo che nel mio gruppo ristretto di amici, su 7 persone in 6 abbiamo avuto uno dei due genitori ucciso dal cancro. Il settimo ha il nipote adolescente malato di osteosarcoma. Insomma, di cosa stiamo parlando? Mentre ci affanniamo dietro remigrazioni e woke, le persone ogni giorno si ammalano e muoiono, curati da una ricerca che cresce, ma limitata nei fondi dalla buona volontà della solidarietà piuttosto che finanziata dallo Stato.
E allora ho trovato il coraggio per chiamare Max e chiedergli se avesse voglia di raccontare la sua storia. Il suo viaggio in America per un farmaco che in Italia arriverebbe ben oltre rispetto alla sua stimata aspettativa di vita. Come si affronta la malattia, cosa si pensa, cosa ti serve davvero. Spoiler: qua non ci saranno guerrieri, eroi o daje, Max ha espressamente vietato questo genere di retorica. C’è una persona che, però, può essere, da esempio, conforto. Anche solo per sentirsi meno soli in una malattia che, inspiegabilmente, ha ancora uno stigma sociale altissimo.
Grazie Max, prometto che non ti abbraccerò troppo forte: ora che sei diventato una mezza tacca rischio di spezzarti in due per il troppo affetto. 
LA TESTIMONIANZA 

Negli Usa per un farmaco che può allungarmi la vita ma che in Europa non esiste

di Max Parisi 
6 settembre 2026, potrebbe essere una domenica come molte altre trascorse durante le estati passate. Niente spiaggia di Marsaglia, sul Trebbia, per celebrare il primo fine settimana di settembre come da tradizione familiare. Quest’anno si vola: destinazione Phoenix, Arizona, ovviamente Stati Uniti d’America.
Il “sogno americano” questa volta si materializza con il nome di un farmaco che potrebbe rappresentare una speranza di salvezza per almeno 15 mila persone solo in Italia: il Rasonque. Questo il nome ufficiale che Revolution Medicines ha assegnato al suo prodotto finale una volta licenziato ufficialmente dalla Food&Drug Administration su suolo degli Stati Uniti, basato sulla ormai nota molecola “daraxonrasib”. Una svolta nel campo medico di cui si parla da mesi e che rappresenta un primo importante passo verso possibili cure contro il tumore del Pancreas.
Sono Massimo Parisi, ho 57 anni e da due anni sono in cura per un adenocarcinoma del processo uncinato del pancreas. Fortunatamente operabile. Dopo la chirurgia, purtroppo, si sono presentate alcune metastasi sul fegato che mi stanno condannando a morte certa. Qui, in Italia. Negli USA il 26 agosto la FDA ha approvato Rasonque per adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già sottoposti ad almeno una precedente terapia oppure non candidabili a una terapia sistemica con più farmaci. Queste le condizioni cliniche. Rasonque è commercializzabile e prescrivibile negli Stati Uniti nell’indicazione autorizzata, ma non è un medicinale che qualsiasi paziente oncologico può acquistare e assumere: è una terapia oncologica orale, destinata a una condizione clinica precisa e da utilizzare sotto la supervisione del team curante.
Significa quindi individuare uno degli ospedali su suolo americano che possono offrire tale trattamento, trasmettere tutta la documentazione clinica delle cure precedenti, effettuare visite in loco e poi attendere il responso. La domanda a questo punto credo venga naturale: quanto costa. Parliamo solo del farmaco. Chi ha esperienza in tema di farmaci chemioterapici sa che le cifre indicate sulle confezioni fanno paura. Questo caso non fa eccezione. Un trattamento della durata di circa un mese costa intorno ai 45mila euro. Solo il Rasonque.
In Italia? Nell’Unione Europea, quindi in Italia, il farmaco è ancora sotto l’esame di EMA, che già prima dell’approvazione americana aveva scelto per daraxonrasib una phased review, cioè una valutazione per fasi dei dati via via disponibili, proprio per abbreviare i tempi. Il farmaco è stato inoltre riconosciuto come trattamento ad alta priorità nel progetto Cancer Medicines Pathfinder. L’EMA non può ancora prevedere la durata complessiva della procedura, ma ha indicato che dovrebbe essere più breve di quella ordinaria. In mezzo ci sono i pazienti oncologici che hanno in mano diagnosi con aspettative di vita nell’ordine di 1 o 2 mesi, mentre il farmaco probabilmente vedrà la luce in UE solo a fine 2027.
Fatto due conti? Per questo la FDA ha utilizzato strumenti di accelerazione e concluso la valutazione circa sei mesi e mezzo prima della propria scadenza regolatoria. Una scadenza che, nel mio caso, andrebbe ben oltre la mia data di “termine”. Il 30 luglio ho terminato tutte le opzioni chemioterapiche a mia disposizione e ora la strada è diventata particolarmente stretta. Da una parte affidarsi alle cure palliative e attendere con serenità il mio momento, dall’altra la possibilità di tentare questo ultimo colpo volando appunto in Arizona. Il tempo stringe e la corsa riguarda anche la raccolta di fondi per pagare il farmaco. O la borsa o la vita insomma.
La battaglia ora si sposta qui, in Europa. Bisogna chiedere all’EMA tempi strettissimi e trasparenza sulla procedura, ma è necessario che AIFA e Ministero della Salute inizino a disegnare con certezza il percorso italiano, perché prezzo, rimborso e organizzazione assistenziale non debbano poi diventare un ulteriore calvario per chi già soffre. Senza contare che nel nostro paese esiste anche altri strumenti che, a condizioni rigorose, possono consentire l’accesso anticipato a medicinali non ancora commercializzati: uso compassionevole, legge n. 648 del 1996 e, nei casi previsti, Fondo AIFA del 5 per cento.