Al cinema con i fumetti, la pellicola si fa carta e viceversa

Film come non li avete mai letti e comics in cinemascope, passando dalla narrativa disegnata al grande schermo

Alessandro Sisti
|1 ora fa
"Il blu è un colore caldo"  di Maroh, in pellicola cambia il titolo in “La vita di Adele”
"Il blu è un colore caldo" di Maroh, in pellicola cambia il titolo in “La vita di Adele”
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Ricordate quando l’abbigliamento era un bene ereditario? Forse perché la moda non rendeva i capi sorpassati in pochi mesi o per evitare sprechi inutili, a tutti quelli della mia generazione e limitrofe è accaduto in altri tempi di portare i pantaloni divenuti troppo corti per qualche cuginetto, oppure – per quanto compete alle signore – i golfini tramandati dalla sorella maggiore. L’usanza non riguarda soltanto noi e il nostro vestiario, ma anche i prodotti d’intrattenimento e in particolare il cinema e i fumetti, che in altre occasioni ho sottolineato essere parenti stretti. Dunque è normale che di tanto in tanto le vignette si vestano di celluloide e qualche film di carta stampata. O del modo di comunicare di altri media e in questa pagina abbiamo già incontrato vecchi fumetti dai quali, per la popolarità che riscuotevano all’epoca, sono stati tratti originali radiofonici, nonché podcast in tempi più recenti e gli amanti dei cinecomic potrebbero citare un cospicuo elenco di pellicole a base di supereroi. Tuttavia, per quanto vadano per la maggiore, non ci sono esclusivamente quelle. Esistono opere cinematografiche che hanno avuto tanto successo da far trascurare agli spettatori che prima d’arrivare sugli schermi qualcuno le aveva disegnate, così come non mancano le serie a fumetti derivate dai film di cassetta e oggi più che mai il passaggio da un mezzo all’altro è guidato da una meditata strategia. Tra voi che gentilmente mi leggete credo siano pochi a non aver visto almeno uno dei quattro film (il quinto è in lavorazione) dei “M.I.B. – Men In Black”, interpretati da Will Smith e Tommy Lee Jones e dedicati alla segretissima agenzia incaricata di tenere sotto controllo l’andirivieni degli extraterrestri sul nostro pianeta. Eppure dubito che qualcuno abbia mai letto gli omonimi comics cui sono ispirati, sceneggiati da Lowell Cunningham e illustrati da Sandy Carruthers, e lo stesso vale per “The Mask” con Jim Carrey e Cameron Diaz e per il sequel, dove il ruolo del portatore della maschera di Loki passa a Jamie Kennedy, che non molti sanno tratti dai personaggi creati dallo sceneggiatore John Arcudi e dal disegnatore Doug Mahnke. Probabilmente maggiore è il numero di coloro che dopo aver visto l’epico “300” sulla battaglia delle Termopili fra spartani e persiani o il cupo “Sin City”, dal cast comprendente Jessica Alba, Bruce Willis, Mickey Rourke e Benicio del Toro, ne hanno sfogliato le graphic novel originali – entrambe di Frank Miller – anche perché al debutto nelle sale venne dato ampio risalto al fatto che fossero derivati dai lavori del celebre fumettista (che del secondo curò anche la regia) e al ricorso a speciali tecniche di ripresa per riprodurre le atmosfere delle tavole. Dai comics meno noti a quelli firmati da un autore di fama internazionale, a cambiare è la logica che sostiene la trasposizione cinematografica. Se il nome di Miller è una garanzia, nel mondo del fumetto e non solo, comprovata dagli incassi di “Sin City” (159 milioni di dollari a livello mondiale) e di “300” (oltre 456 milioni di dollari), la scelta di una serie a fumetti meno globalmente conosciuta, ma che ha ugualmente riscosso l’interesse dei lettori, equivale a un test di mercato. Non è poco in un momento di crisi delle idee e degli investimenti in cui molte case di produzione preferiscono puntare sui remake di successi datati, al massimo aggiornandoli dall’animazione classica a quella in 3D o alla live action con attori in carne e ossa; senza scordare che a fumettisti capaci, però non di primissimo piano, si pagano diritti d’autore ben inferiori a quelli richiesti dai massimi esponenti del settore. A favorire il passaggio dall’editoria al cinema c’è poi la relativa semplicità degli adattamenti, evidente nei film presi a esempio, che dalla fantascienza ai polpettoni storici – fatte le debite differenze – hanno tagli narrativi già fortemente fumettistici.
Ma non tutti né sempre e dalla letteratura disegnata sono state ricavate pellicole drammatiche come “Era mio padre”, del 2002, diretto da Sam Mendes con Tom Hanks e Paul Newman alla sua ultima apparizione cinematografica, vincitore di un Oscar, candidato ad altri cinque e tratto dalla graphic novel di Max Allan Collins, o nel 2005 “A history of violence”, con protagonista Viggo Mortensen e sviluppato dal romanzo grafico di John Wagner dal regista David Cronenberg e ancora “La vita di Adele” da “Il blu è un colore caldo” del francese Jul’ Maroh, per la regia di Abdellatif Kechiche, vincitore nel 2013 del Festival di Cannes. Il gradimento del fumetto è il prologo di quello cinematografico, tanto da spingere i produttori in cerca di testi promettenti a guardare ai comics anziché fra le pile di soggetti degli autori del grande schermo e a finanziare la realizzazione di graphic novel, per valutare la risposta del pubblico alle storie che potrebbero diventare film.
Altrettanto valido è il cammino inverso, per cui dei film più acclamati si sviluppa la versione a fumetti con quella che tecnicamente si chiama “novelization”. La pratica risale agli anni ’60 e ’70, con le fumettizzazioni di “F.B.I. Operazione gatto” dei Disney Studios o di “”2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, scritta e disegnata nientemeno che da Jack Kirby, ed è proseguita con “Mad Max”, “Avatar” e “Matrix”. Quando i film si potevano vedere solo al cinema e non c’era possibilità di portarseli a casa era un modo di riviverne le scene e d’ampliarne la platea, proponendoli sulla carta a chi ancora non li avesse visti nelle sale. In seguito ha trovato altre declinazioni, non limitate alla vicenda originale riportata sulle pagine ed espandendola con prequel, sequel e inquel, ovvero raccontando gli eventi successi prima, dopo e addirittura durante la narrazione cinematografica, però mai mostrati dalla pellicola. Espansioni disegnate che consentono al pubblico di scoprire nelle vignette altre imprese di protagonisti come John Wick e degli acchiappafantasmi di “Ghostbusters”, oppure dei personaggi dei film Disney, da “Atlantis” a “Cars”, “Toy Story” e ai “Pirati dei Caraibi”, con nuovi episodi interamente realizzati in Italia e pubblicati in tutto il mondo. In Disney in particolare le produzioni vengono concepite in partenza come crossmediali, cioè trasversali ai diversi mezzi di comunicazione, e lo scopo, ora che i canali digitali di distribuzione permettono di rivedere ogni storia quando e quanto si desidera, non è solo quello d’allargarne il mercato, bensì di conservarne e rinforzarne il ricordo. Perché per quanto un film ci sia piaciuto siamo quotidianamente sommersi di novità che possono farcelo dimenticare, ma se grazie ai fumetti gli spettatori si trasformano in lettori continueranno ad amarne gli eroi, si rammenteranno di loro e quando gli schermi ne offriranno altre avventure saranno ansiosi di andare a godersele. Cinema e fumetti non sono insomma solo cugini primi quanto alleati narrativi, strade parallele, ma che s’intersecano di continuo, così che spesso gli autori viaggiano dall’uno all’altro. Specie negli Stati Uniti, dove le linee di confine fra i due media non sono marcate come nel nostro Paese, nondimeno anche a me trent’anni fa capitò di scrivere una storia (“Paperino e la iella in passerella”) a quattro mani con Mario Monicelli e il grande regista mi usò la cortesia di lodarne la sceneggiatura, dicendomi che sarei stato adatto anche per lo schermo. Chissà, se gli avessi dato retta forse adesso questa rubrica s’intitolerebbe “L’Officina del Cinema”.