I neuroni coltivati in provetta imparano i videogiochi: partita (persa) a Pong
Redazione Online
|3 anni fa

Ottocentomila neuroni umani e di topo coltivati in provetta hanno imparato a giocare a Pong, uno dei primi videogame in bianco e nero che simula una partita a ping pong.
Una volta collegato il cervello per mezzo di elettrodi alla simulazione di Pong, ci sono voluti solo cinque minuti per far sì che imparasse a giocare. Ovviamente è ancora lontano dall’essere un esperto, dato che a volte commette degli errori che lo portano alla sconfitta.
L’esperimento, che dimostra l’intelligenza intrinseca delle cellule cerebrali, potrebbe essere sfruttato per studiare malattie come l’epilessia o la demenza, così come l’effetto di farmaci, alcol e droghe sul cervello.
Lo indica lo studio pubblicato sulla rivista Neuron da un gruppo di ricerca guidato dalla start-up Cortical Labs di Melbourne, in Australia.
“L’aspetto esaltante e pionieristico di questo lavoro risiede nel fornire ai neuroni le sensazioni, il feedback, e soprattutto la capacità di agire sul loro mondo”, spiega Karl Friston, neuroscienziato teorico dell’University College di Londra.
“Sorprendentemente – aggiunge – le colture cellulari hanno imparato a rendere il loro mondo più prevedibile, agendo su di esso. Questo è notevole perché non puoi insegnare questo tipo di auto-organizzazione, perché, a differenza di un animale domestico, questi mini cervelli non hanno alcun senso di ricompensa e punizione”.
L’esperimento rappresenta un importante progresso nella ricerca su malattie come l’Alzheimer.
Il prossimo passaggio sarà fare “ubriacare” le cellule, per osservare il loro comportamento in stato di alterazione.
Una volta collegato il cervello per mezzo di elettrodi alla simulazione di Pong, ci sono voluti solo cinque minuti per far sì che imparasse a giocare. Ovviamente è ancora lontano dall’essere un esperto, dato che a volte commette degli errori che lo portano alla sconfitta.
L’esperimento, che dimostra l’intelligenza intrinseca delle cellule cerebrali, potrebbe essere sfruttato per studiare malattie come l’epilessia o la demenza, così come l’effetto di farmaci, alcol e droghe sul cervello.
Lo indica lo studio pubblicato sulla rivista Neuron da un gruppo di ricerca guidato dalla start-up Cortical Labs di Melbourne, in Australia.
“L’aspetto esaltante e pionieristico di questo lavoro risiede nel fornire ai neuroni le sensazioni, il feedback, e soprattutto la capacità di agire sul loro mondo”, spiega Karl Friston, neuroscienziato teorico dell’University College di Londra.
“Sorprendentemente – aggiunge – le colture cellulari hanno imparato a rendere il loro mondo più prevedibile, agendo su di esso. Questo è notevole perché non puoi insegnare questo tipo di auto-organizzazione, perché, a differenza di un animale domestico, questi mini cervelli non hanno alcun senso di ricompensa e punizione”.
L’esperimento rappresenta un importante progresso nella ricerca su malattie come l’Alzheimer.
Il prossimo passaggio sarà fare “ubriacare” le cellule, per osservare il loro comportamento in stato di alterazione.
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