Che cos’è AI Quests? L’intelligenza artificiale spiegata ai più piccoli

Molto meglio di un semplice gioco: il nuovo programma gratuito di Google “allena” e abitua i giovanissimi ad un uso responsabile

Fabrizia Malgieri
|1 ora fa
Il programma didattico è dedicato a una fascia tra gli 11 e i 14 anni
Il programma didattico è dedicato a una fascia tra gli 11 e i 14 anni
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Un’esperienza interattiva per spiegare ai più piccoli come funziona l’intelligenza artificiale. Questo è “AI Quests”, la nuova risorsa di Google in formato “videogioco” – sviluppata insieme a Stanford Accelerator for Learning – che ha un obiettivo ambizioso nella sua linearità: avvicinare i giovanissimi all’intelligenza artificiale, ispirandoli ad un uso più responsabile per affrontare sfide reali nei settori del clima, della salute e della scienza. Disponibile da pochi giorni anche in Italia, “AI Quests” viene integrato all’interno di Experience AI, un programma sviluppato da Google DeepMind e Raspberry Pi Foundation, portato nelle scuole grazie alla collaborazione con Fondazione Mondo Digitale.
Più nello specifico, si tratta di un programma didattico dedicato a una fascia tra gli 11 e i 14 anni, per cui tutte le missioni sono accessibili in formato gratuito, a cui si aggiungono risorse didattiche pensate per gli insegnanti, con piani di lezione e attività pre e post-gioco. Ma come è strutturato “AI Quests”? Affinché fosse facilmente comprensibile alle nuove generazioni, Google e Stanford Accelerator for Learning hanno scelto di adottare il linguaggio più diffuso e universale tra i giovanissimi, ossia quello del videogioco. “AI Quests”, infatti, è stato progettato come un vero gioco digitale con una grafica accattivante in cel-shading, suddiviso in più missioni che, nonostante siano ambientate in un mondo fantasy, riproducono i problemi e le questioni legati al mondo reale. Al momento, i livelli disponibili sono due: il primo è quello chiamato “Fiera Fluviale” in cui viene chiesto di utilizzare l’intelligenza artificiale per prevedere le alluvioni; il secondo, invece, è “Canyon Crepuscolo” – attività sviluppata in collaborazione all’Aravind Eye Hospital in India e il Rajavithi Hospital in Thailandia - in cui gli studenti vengono invitati a utilizzare l’IA per diagnosticare malattie agli occhi, a partire dalla retinopatia diabetica. Per rendere l’esperienza accessibile a tutti gli studenti, le meccaniche su cui “AI quests” si fonda sono piuttosto semplici: le interazioni si basano principalmente su domande a risposta multipla, con l’aggiunta di qualche semplice meccanica QTE (Quick Time Event) per rendere l’esperienza più giocosa e interattiva, ma senza alcuna penalizzazione nel caso si compia una scelta sbagliata.
Fra le tematiche affrontate, ci sono anche quelle relative alla gestione dei dati con modalità conformi alla tutela della privacy, all’addestramento dei modelli e al loro test prima dell’impiego in un contesto reale. Al termine di ciascuna missione, i ragazzi ricevono un videomessaggio da parte di veri ricercatori di Google che hanno sviluppato e lavorato al progetto, spiegando come l’utilizzo dell’AI in modo responsabile possa migliorare la vita di milioni di persone nel mondo. Al di là della dimensione ludica, “AI Quests” pone le basi per una forma di alfabetizzazione tecnologica che va ben oltre la semplice familiarità con gli strumenti digitali. I ragazzi non imparano a usare l’IA: imparano a pensare con essa e, soprattutto, a interrogarsi sulle implicazioni del suo utilizzo - un aspetto che è tutt’altro che scontato. La generazione che oggi ha tra gli 11 e i 14 anni crescerà in un mondo in cui i sistemi di intelligenza artificiale saranno pervasivi quanto lo smartphone lo è stato per i loro genitori. Formarli oggi significa dotarli di strumenti critici prima che diventino utenti passivi di tecnologie che non comprendono. La scelta di contestualizzare l’apprendimento in scenari ad alto impatto - la prevenzione delle catastrofi naturali, la diagnosi medica nei paesi in via di sviluppo – non è puramente narrativa: serve a trasmettere l’idea che l’IA non è un giocattolo né un oracolo, ma uno strumento che amplifica la capacità umana di risolvere problemi complessi, a condizione di saperlo progettare e governare con rigore. C’è poi una dimensione che riguarda l’inclusione: rendere il programma gratuito e accessibile attraverso le scuole abbassa significativamente le barriere di accesso, storicamente uno dei problemi più gravi nell’educazione tecnologica; non solo i figli di chi lavora nel settore tech, ma anche ragazzi provenienti da contesti meno esposti all’innovazione possono così acquisire consapevolezza e curiosità verso questi temi. In questo senso, la collaborazione con Fondazione Mondo Digitale assume un valore strategico: il programma non resta confinato nelle scuole d’élite, ma ambisce a una distribuzione capillare sul territorio nazionale. “AI Quests”, dunque, è molto più di un gioco educativo ben confezionato. È un segnale preciso su come l’industria tecnologica stia cominciando a interrogarsi sulla propria responsabilità nella formazione delle generazioni future. Che si tratti di una mossa genuinamente filantropica o di una strategia di lungo periodo per costruire utenti consapevoli – in modo cinico, propendiamo per entrambe le possibilità! – il risultato pratico è senza dubbio encomiabile. La vera scommessa, però, è fare in modo che le scuole abbiano le risorse e la volontà di integrarlo in modo strutturato nei propri percorsi, trasformando un’esperienza di gioco in un’abitudine al pensiero critico – un aspetto per troppo tempo trascurato negli ultimi anni, soprattutto quando si parla di nuove tecnologie.