Spiritelli porcelli nella cameretta dei ragazzi, sulla casa infestata cala la scure della censura
“Amityville Possession” va ben oltre l’orrore: lo spettatore trascinato in un viaggio senza ritorno nell’abisso della follia

Michele Borghi
|1 ora fa

La famiglia Montelli in posa davanti alla celebre casa maledetta
Immaginate il 1983. Un supplente di matematica delle scuole medie, proiezionista per passione nel weekend, esce dalla cabina del cinema con gli occhi fuori dalle orbite. L’indomani si sfoga a scuola con noi ragazzini: «Ho visto “Amityville Possession”. Osceno, inguardabile, girato con i piedi! Lasciate perdere». Il film era vietato e mai ci avrebbero fatto entrare in sala. Eppure lui decide di stroncarlo davanti a tutti. Risultato? Mezza classe muore di curiosità. Nasce così l’ossessione adolescenziale per l’horror targato Dino De Laurentiis e diretto da Damiano Damiani.
Un po’ come accaduto con “Il signore della notte” - il terzo Halloween inizialmente rifiutato dal pubblico e divenuto autentico cult nel tempo - il prequel di “Amityville Horror” oggi ha uno stuolo di estimatori che lo considera addirittura superiore all’originale. Damiani intende raccontare che cosa era successo “prima” dei famigerati omicidi al 112 di Ocean Avenue. Ispirato al libro “Murder in Amityville” di Hans Holzer, il film riprende la strage del 1974 di Ronald DeFeo Jr. e la trasforma in una spirale di possessione demoniaca pazzesca. Per non finire in tribunale, la famiglia viene ribattezzata Montelli. Il protagonista è Sonny (Jack Magner), il figlio maggiore, che piano piano viene risucchiato da un’entità malvagia che infesta la casa. Diventa sempre più strano, aggressivo e pericoloso.
Vedere la versione integrale di “Amityville Possession” non è facile, nonostante di acqua sotto i ponti ne sia passata in 43 anni di storia della censura. La sequenza più tagliata non contempla però sangue e frattaglie, bensì il rapporto super controverso tra fratello e sorella. Sonny e Patricia (la lolita Diane Franklin, appena uscita da “L’ultima vergine americana”) giocano a “fotografo e modella”. Lui convince lei a spogliarsi per scattarle alcune foto, la situazione degenera in un momento di incesto e violenza prima della strage finale.
Roba forte, morbosa, sempre pesantemente alleggerita nelle versioni tv. Se al cinema, come detto, l’accoglienza fu tiepida (con incassi lontani da quelli macinati dal primo capitolo), la vera consacrazione arrivò con le vhs: quelle cassette sgranate rendevano l’atmosfera ancora più claustrofobica e inquietante. Perfetto per le serate da brivido anni Ottanta! “Amityville Possession” è intriso di talento italiano: dalla produzione alla visione estetica. De Laurentiis non solo finanziò il progetto, ma volle fermamente Damiani dietro la macchina da presa. Una scelta insolita, poiché il regista era famoso per il cinema d’impegno civile e politico (“Il giorno della civetta”). A Damiani si deve soprattutto il tono cupo e psicologico della prima parte. Notevole l’illuminazione di Franco Di Giacomo, maestro della luce italiana per registi del calibro di Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci. Fondamentale pure il contributo dello scenografo Pier Luigi Basile per l’estetica “sporca” e oppressiva.
Perché così tanta Italia? De Laurentiis all’epoca faceva spesso da ponte tra Cinecittà e Hollywood. Amava utilizzare le nostre maestranze perché garantivano un’altissima qualità visiva a costi spesso più contenuti rispetto ai sindacati Usa. L’autore friulano non si limitò a un horror commerciale. Trasformò la storia in un dramma familiare opprimente, quasi incestuoso, molto diverso dal primo capitolo della serie. Allo stesso tempo, la fotografia firmata Di Giacomo conferisce al film un aspetto molto più sofisticato e “sporco” rispetto agli standard dei blockbuster gore statunitensi del periodo. Tutti pregi che all’epoca sfuggirono alla critica ufficiale, compresa quella specializzata. Oggi il secondo Amityville è stato rivalutato alla grande e non ha bisogno di avvocati difensori. Molti appassionati lo apprezzano per il senso di fatalità implacabile e per le interpretazioni intense (Burt Young è perfetto nel ruolo di padre padrone). Gli effetti speciali per le scene di possessione sono ancora oggi impressionanti. Damiani firma il capitolo più cupo, crudo e disturbante di tutta la saga. Peccato per la seconda parte che strizza esageratamente l’occhio a “L’esorcista” e il sottotesto della casa infestata del titolo va a farsi benedire. Se vi piace l’orrore vecchio stile, senza filtri e con quel sapore cattivo che solo gli anni ’80 sapevano dare, ebbene correte a recuperarlo ovviamente nella versione uncut: questo “Amityville” possiede ancora oggi chiunque osi guardarlo.

