Il Premio Cat incontra Cinepop, Del Toro dà nuova vita al mostro delle favole
Davide Gravina
|2 anni fa

Davide Gravina con la sua recensione de “La forma dell’acqua”
ha brillato nello spirito di Cinepop alla serata del Premio Cat
ha brillato nello spirito di Cinepop alla serata del Premio Cat
Un appartamento sommerso dall’acqua, una tonalità musicale soave, un profondo voice over. Inizia così “La forma dell’acqua”, con la presenza di tre elementi che consentono immediato accesso al cosmo poliedrico di Guillermo Del Toro. Da sempre affezionato al mostruoso e al fiabesco, il regista messicano si è distinto sin dagli esordi grazie a un’autorialità sfaccettata, in grado di includere l’irreale e il suggestivo in un contraddittorio dialogo con la Storia, capace di abbattere muri e tracciare percorsi che conducono alle più variegate esegesi ed interpretazioni, spesso soverchianti il pensiero comune. Per poter godere di entrambe queste realtà, chimerica l’una, storica l’altra, è necessario avventurarsi nelle profondità di quel mondo in bilico tra verità e finzione, percepirlo a pieno, coglierlo nella sua coerenza e straordinarietà, sperando di intuire quali siano le prospettive che ritrae e le considerazioni che intende far emergere.

Baltimora, 1962. Piena Guerra Fredda: uno scontro che trova i suoi campi di battaglia non all’interno dei confini delle due nazioni a confronto, USA e URSS, ma in luoghi ‘altri’, apparentemente distanti dalle civiltà innocenti, quali lo spazio ultraterreno, le competizioni sportive e il progresso scientifico. Accanto a questo ‘altro’ geografico, Del Toro introduce un ‘altro’ corporeo: le sue creature, individui imprigionati in una realtà sospesa tra l’antropico e il ‘non umano’. Sono proprio questi esseri ibridi e polimorfi a permettere la costruzione di un ponte tra la Storia passata che il film mette in scena e la Storia presente di cui siamo testimoni. Lungi dall’essere meri e insignificanti ‘freaks’, esseri mitologici o divinità onnipotenti, questi soggetti di frankensteiniana memoria sono una tangibile concretizzazione delle paure terrene più nascoste, dei nostri timori più reconditi, delle angosce umane più arcane, ritratto di quella medesima preoccupazione del diverso e ansia dello sconosciuto che investono il mondo Occidentale attuale.

Ecco quindi che l’uomo-anfibio (Doug Jones), sapiente commistione tra il mostro della laguna nera, protagonista dell’omonimo film del 1954, e l’Abe Sapien di “Hellboy”, esula dai propri contorni fisici e si fa evidente metafora delle minoranze non ancora socialmente accettate, come la comunità LGBTQIA+ o la collettività degli immigrati, che trovano nelle figure di Giles (Richard Jenkins), un omosessuale represso, e di Zelda (Octavia Spencer), una lavoratrice afroamericana remissiva, un sostegno diegetico, un corrispettivo concreto all’interno della struttura narrativa. Il mondo descritto da Del Toro condivide dunque delle similarità con quello contemporaneo: costituito da enti conformisti e individualità conservatrici fino al parossismo, quest’ultimo è ancora intimorito da chi mette in discussione quella supremazia bianca e maschilista così profondamente anacronistica, nonostante le innumerevoli battaglie e intemperie politico-sociali che le generazioni precedenti hanno combattuto e determinato – vedasi la rivoluzione del ’68 o la lotta femminista, contemporanee agli eventi rappresentati.

di Davide Gravina, 23 anni, di Novara, studente all’Università degli Studi di Torino
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