Con l’effetto craquelé il paracadute Margiela adesso atterra in Cina

Passerella e parco giochi urbano, Martens tra i container di Shanghai la moda si fa anonima sotto le maschere e democratica tra le strade

Giulia Marzoli
|1 ora fa
Due abiti della sfilata
Due abiti della sfilata
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In un momento di profonda ridefinizione per il sistema moda, Glenn Martens ha scelto il waterfront di Shanghai per mettere in scena una delle prove più radicali e poetiche della Maison Margiela. Per la prima volta nella sua storia, la casa di moda ha lasciato i confini protetti di Parigi per debuttare alla Shanghai Fashion Week, trasformando un cantiere navale in un laboratorio di decostruzione dove la collezione ready-to-wear Autunno/Inverno 2026 e la linea Artisanal si sono fuse in un’unica sfilata. Tramite la scelta della location, tra i container industriali e il freddo del porto, Martens ha ricreato l’atmosfera di un mercatino delle pulci parigino trasportato in una dimensione quasi distopica.
Al centro di questa narrazione c’è un evidente omaggio alla Cina, sempre filtrato attraverso la lente della sperimentazione: la porcellana. Martens la reinterpreta in due modi opposti ma complementari, da un lato ricreandone la trasparenza e la profondità attraverso strati sovrapposti di organza stampata, dall’altro ricostruendola fisicamente applicando pezzo dopo pezzo cocci di ceramica su un abito. Con la Linea 0 (l’Artisanal, haute couture), vecchi arazzi, tessuti d’arredamento e abiti di seconda mano vengono smembrati e riassemblati attraverso operazioni di upcycling che includono il ricamo e l’accoppiatura con tessuti strappati; tra le tecniche più insolite emerge la spalmatura della cera d’api e l’impressione di interi completi edoardiani, gioielli compresi, che vengono poi applicati sugli abiti. È un processo curioso in cui si vedono corsetti nati dalle impronte dei gioielli, e perfino un imponente dipinto di sei metri drappeggiato con una maestria tale da diventare un abito fluido. La stessa ossessione per il tridimensionale si riflette nel prêt-à-porter dove pelle, velluto e tweed sono incollati su giacche e gilet strutturati, creando l’illusione di silhouette sartoriali classiche che, a uno sguardo più attento, rivelano stampe che creano l’effetto craquelè tipico della Maison. Ogni uscita è stata resa anonima e universale dalle maschere, elemento iconico della casa, realizzate in materiali che spaziano dalla pelle alla cera fino all’organza sottile arricchita da ricami 3D. Dalla sfilata emerge chiaramente che Martens ha compreso profondamente l’anima di Margiela: quella capacità di inventare strumenti per far sparire il designer e lasciare che sia l’opera a parlare. L’evento è anche uscito dai confini della passerella con il progetto “MaisonMargiela/folders”, scelta che cattura perfettamente lo spirito di Shanghai: un’irruzione artistica che spunta all’improvviso in una via qualunque, cattura gli sguardi e i telefoni di tutti per qualche giorno e poi svanisce nel nulla. È come se avessero paracadutato in città un parco giochi della moda, permettendo ai passanti di camminare tra lunghi abiti da sera cerosi e fatti di cocci. Anche grazie al dialogo tra l’haute couture e la vita di strada, questa collezione riflette bene una generazione che oggi più che mai vuole una moda meno esclusiva e che estragga valore da ciò che è considerato scarto, trasformando il passato in un linguaggio visivo fatto di sperimentazioni e, finalmente, proiettato in avanti.