David Byrne: «La nostra salvezza si chiama empatia»
Da Londra l'ex Talking Heads ribadisce il messaggio del suo ultimo tour e del suo nuovo album

Eleonora Bagarotti
|2 ore fa

David Byrne in concerto
«Milioni di persone aspettano l’amore e questa è una canzone su persone come noi... persone come noi... non vogliamo libertà, non vogliamo giustizia, vogliamo solo qualcuno da amare».
Attacca così, David Byrne, il suo concerto a Londra. Cantando “People like us”.
Sono passati pochi giorni dalle tappe italiane e, anche a Milano, l’ex Talking Heads ha riacceso le emozioni del pubblico in un periodo tutt’altro che roseo.
L’Utopia, come già era accaduto in passato, si è rinnovata e sta contagiando l’Inghilterra.
È un’arte penetrante, talvolta impalpabile, che chiamare musica sarebbe addirittura riduttivo, vista la danza e le visioni che campeggiano sopra questi venti di guerra. E, appunto, sembra sovrastarli in un rito che si fa collettivo, tra momenti esplosivi quando attacca “This must be the place”, “Life during Wartime” (per l’appunto...) e “Once in a lifetime”. Attinge anche a una giovane band come i Paramore, proponendo “Hard times”, e naturalmente, ancora e ancora, ai Talking Heads: “Burning down the house” e “Psycho Killer”.
Ma la cosa incredibile è che non si sta celebrando il passato, sebbene questo faccia parte della maturità artistica di Byrne e, in tutta evidenza, è qualcosa che merita di rimanere in prima linea. Ciò che si celebra non è neppure lo stesso cantautore e performer, ma il senso del gruppo, della comunità. Il suo è un gesto di fiducia irriducibile, denso di gioia e persino di commozione, nei confronti di un mondo migliore.
Attacca così, David Byrne, il suo concerto a Londra. Cantando “People like us”.
Sono passati pochi giorni dalle tappe italiane e, anche a Milano, l’ex Talking Heads ha riacceso le emozioni del pubblico in un periodo tutt’altro che roseo.
L’Utopia, come già era accaduto in passato, si è rinnovata e sta contagiando l’Inghilterra.
È un’arte penetrante, talvolta impalpabile, che chiamare musica sarebbe addirittura riduttivo, vista la danza e le visioni che campeggiano sopra questi venti di guerra. E, appunto, sembra sovrastarli in un rito che si fa collettivo, tra momenti esplosivi quando attacca “This must be the place”, “Life during Wartime” (per l’appunto...) e “Once in a lifetime”. Attinge anche a una giovane band come i Paramore, proponendo “Hard times”, e naturalmente, ancora e ancora, ai Talking Heads: “Burning down the house” e “Psycho Killer”.
Ma la cosa incredibile è che non si sta celebrando il passato, sebbene questo faccia parte della maturità artistica di Byrne e, in tutta evidenza, è qualcosa che merita di rimanere in prima linea. Ciò che si celebra non è neppure lo stesso cantautore e performer, ma il senso del gruppo, della comunità. Il suo è un gesto di fiducia irriducibile, denso di gioia e persino di commozione, nei confronti di un mondo migliore.

Parola di un musicista che ha appena pubblicato un album intitolato “Who is the sky?” e che, una settimana fa, ha presentato a Chicago “Theatre of the mind” (Teatro della mente). Perché prima di tornare vicino a casa - David è nato a Dumbarton, in Scozia, 73 anni fa - il musicista non si è risparmiato neppure in America, dove vive ormai da molti anni, e per la precisione a New York. Tra i suoi libri, oltre a “Come funziona la musica” (pubblicato anche in Italia da Bompiani), ricordiamo “I diari della bicicletta” (per la stessa casa editrice) che raccontano quando la bicicletta è diventata una compagna di viaggio inseparabile, e negli ultimi tempi proprio nei quartieri di New York.
Ma non è tutto: un mese fa, titolava Variety, “Il fascismo è arrivato e si è insediato a Los Angeles”. Si riferiva alla prima sulla West Coast di “Here Lies Love”, il musical creato da David Byrne sulla First Lady delle Filippine, Imelda Marcos, in scena al Mark Taper Forum con la regia di Snehai Desai.
E Byrne ribadisce, qualora i suoi recenti progetti non lo rendessero ancora chiaro, il suo disinteresse a una reunion del Talking Heads: «Canto alcune canzoni, ma non mi sono mai sentito nell’ottica del “Oh, sì, torniamo insieme in tour” oppure “Facciamo un altro disco”. Musicalmente ho preso una strada molto diversa. E ho anche avuto la sensazione che ci siano stati un bel po’ di dischi e tour di reunion, in generale. E alcuni di questi erano probabilmente piuttosto buoni. Non molti, però. Quindi, tra l’altro, perché rischiare di rovinare tutto, anche i bei ricordi?».
Non posso che sottoscrivere, anche se correrei subito a comprarmi un biglietto per la reunion della band, che ho molto amato.
«È praticamente impossibile ritrovare il punto in cui ci si trovava in quel momento delle nostre vite - aggiunge -. Per un certo tipo di pubblico, quella è stata musica formativa. Potrebbero convincersi di poterla rivivere, ma non sarebbe così».
Ma non è tutto: un mese fa, titolava Variety, “Il fascismo è arrivato e si è insediato a Los Angeles”. Si riferiva alla prima sulla West Coast di “Here Lies Love”, il musical creato da David Byrne sulla First Lady delle Filippine, Imelda Marcos, in scena al Mark Taper Forum con la regia di Snehai Desai.
E Byrne ribadisce, qualora i suoi recenti progetti non lo rendessero ancora chiaro, il suo disinteresse a una reunion del Talking Heads: «Canto alcune canzoni, ma non mi sono mai sentito nell’ottica del “Oh, sì, torniamo insieme in tour” oppure “Facciamo un altro disco”. Musicalmente ho preso una strada molto diversa. E ho anche avuto la sensazione che ci siano stati un bel po’ di dischi e tour di reunion, in generale. E alcuni di questi erano probabilmente piuttosto buoni. Non molti, però. Quindi, tra l’altro, perché rischiare di rovinare tutto, anche i bei ricordi?».
Non posso che sottoscrivere, anche se correrei subito a comprarmi un biglietto per la reunion della band, che ho molto amato.
«È praticamente impossibile ritrovare il punto in cui ci si trovava in quel momento delle nostre vite - aggiunge -. Per un certo tipo di pubblico, quella è stata musica formativa. Potrebbero convincersi di poterla rivivere, ma non sarebbe così».

E come non credergli, visto il suo diretto coinvolgimento?
Piuttosto, mentre si trova a Londra e si rende disponibile a rispondere ad alcune domande, gli chiediamo dell’atmosfera molto forte, e densa di consapevole utopia e speranza, dei suoi ultimi concerti: «Tutto si è creato strada facendo, insieme al coregrafo e a tutti gli altri. All’inizio non sapevo esattamente come sarebbe stato lo show. A un certo punto, ci siamo sentiti molto coinvolti e vitali e questo lo abbiamo trasmesso al pubblico. Dopo il Covid, e quel periodo di forzata solitudine, ho capito che volevo tornare a una collaborazione collettiva, di vera condivisione. Credo che la nostre performance mostri quanto sia importante essere connessi con gli altri. Lo vediamo anche in questi tempi di guerra. Sembra un pensiero banale, ma senza empatia non può esserci salvezza». Sì, David. Ci crediamo davvero.
Piuttosto, mentre si trova a Londra e si rende disponibile a rispondere ad alcune domande, gli chiediamo dell’atmosfera molto forte, e densa di consapevole utopia e speranza, dei suoi ultimi concerti: «Tutto si è creato strada facendo, insieme al coregrafo e a tutti gli altri. All’inizio non sapevo esattamente come sarebbe stato lo show. A un certo punto, ci siamo sentiti molto coinvolti e vitali e questo lo abbiamo trasmesso al pubblico. Dopo il Covid, e quel periodo di forzata solitudine, ho capito che volevo tornare a una collaborazione collettiva, di vera condivisione. Credo che la nostre performance mostri quanto sia importante essere connessi con gli altri. Lo vediamo anche in questi tempi di guerra. Sembra un pensiero banale, ma senza empatia non può esserci salvezza». Sì, David. Ci crediamo davvero.
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