«Francesco faceva l’esatto contrario dei potenti»
Intervista all'attore Alessio Boni: domenica 26 “Ai margini della luce” in prima nazionale al Verdi di Fiorenzuola sul santo di assisi
Donata Meneghelli
|2 ore fa

«E’ sorprendente immaginare Francesco cercare la verità in basso, dove gode della sua più accecante intensità; lui ne è sicuro: la verità ha luce in sé stessa, non in colui che la annuncia. Per questo si decentra senza escludersi dal mondo». Così uno dei grandi interpreti del cinema e del teatro italiano, Alessio Boni, parla di Francesco d’Assisi al quale dedica lo spettacolo «Ai margini della luce» presentato in anteprima nazionale (il 26 aprile, 17,30) al Teatro Verdi di Fiorenzuola, per la stagione diretta da Mino Manni. Lo spettacolo, nato da un’idea di Elena Marazzita per AidaStudioProduzioni, vede Boni in scena con Marcello Prayer, anche lui allievo di Orazio Costa Giovangigli, che è stato uno dei più grandi maestri del teatro italiano.
Lei non è mai fermo: concilia la famiglia, il cinema, il teatro.
«In questi giorni – ci rivela Boni - sono sul set di un film, «Carne della mia carne», scritto da Dario Argento e diretto da Gabriele Altobelli, Faffio un poliziotto. Abbiamo girato a Roma e poi passeremo a Latina. Io abito a Milano».
Ritmi impegnativi, eppure lei il teatro, suo primo amore, non lo lascia.
«Lo adoro. E’ una terapia di gruppo. Ogni volta un incontro, unico e diverso con il pubblico. Al cinema giri delle scene ma l’opera finita che tu interpreti la vedi alla fine ed è una sorpresa quando si ricompone il puzzle».
Il film che l’ha più sorpresa, di cui è stato interprete?
«La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana: mi vidi, nel film tutto intero, a Cannes».
Sei ore di capolavoro, che l’hanno fatta conoscere al grande pubblico. Tornando al teatro, lei dice: si da’ tutto sul palco.
«Ti dai in pasto al pubblico, ti doni, ne senti l’energia. Lo scambio di energia è stato dimostrato dalla scienza. Ciascuno ha un campo energetico che invade l’altro fino a 2 metri e mezzo. Ciascuno di noi ne avrà fatto esperienza».
E l’energia che respiriamo oggi?
«Negativa, violenta, nefasta: emana dalla guerra in Iran, dal genocidio a Gaza. Siamo in un momento storico di decadentismo, unito a vuoto edonismo».
Il tempo di Francesco era tempo di crisi: corruzione, diseguaglianza sociale, guerre tra città. E lui predicava la pace.
«Lui aveva tutto e si spoglia di tutto, per il semplice Bene. Il contrario dei potenti di oggi che si arroccano sui loro privilegi e fanno sfaceli giocando a risiko col mondo per i propri interessi».
Lei ha appena interpretato don Chisciotte in un film di Fabio Segatori, un personaggio a cui ha dedicato anche un lavoro teatrale, che ha diretto e interpretato, sull’intelligente adattamento del drammaturgo Francesco Niccolini.
«Don Chisciotte è come un cristo laico, che entra nella Mancha per lasciare ai posteri un mondo migliore. Vincerà la sfida più grande: avere coraggio. E San Francesco anche. Noi potremmo, tutti insieme, non aprire più un conto in banca e faremo crollare centinaia di potenti. Non abbiamo il coraggio e loro ci tengono per il guinzaglio».
Se San Francesco fosse vivo oggi, chi lo avverserebbe di più?
«Uno che non ha avuto ritegno in questi giorni ad offendere il Papa. Per Trump, Francesco sarebbe un looser».
Lei e Prayer mettete in scena al Carcano di Milano lo spettacolo «Il canto degli esclusi», a scopo benefico (per l’istituto Besta che cura i bimbi malati di tumore).
«Mi intrigano di più, gli ultimi. Non stanno comodi, tirano fuori le unghie. Nel teatro educatamente recitato, secondo me non c’è nulla di vero. Quando vado in Africa, in Sudamerica e in Asia, nelle missioni di aiuto, lo sguardo dell’altro mi spiazza e mi raggiunge nella sua essenza. La felicità è una risposta semplice: due mani che ti aiutano e che aiutando pregano».
Qual è il suo rapporto con la spiritualità?
«Te lo spiego con un aneddoto che mi raccontò Strehler. Aveva avuto un dialogo con il cardinale Martini che gli chiese se pregava. Lui, agnostico, rispose di no. Martini aggiunse: prega colui chi contempla la vita e il prossimo. E allora Strehler ammise: «Alora mì preghi tut i dì». Pensare al noi, non bloccare l’uscita, stare attento agli altri, quello è un modo di essere spiritualmente con tutta la biomassa terrestre. Il problema è che ultimamente mi deformo attraverso gli altri: Trump, Putin, Netanyahu, Orban: sono una galleria di mostri. L’Italiaè l’unica nazione europea che non ha alzato Io stipendio per andare almeno al passo del caro vita. Io arrivo a sera che sono appesantito. Provo a resettare la notte e ricominciare».
E quando si sveglia?
«Sono un entusiasta della vita. Non giudico chi va in chiesa, prega, sente la messa, ma non ascolta il mondo e tira avanti con la stessa bassa, non gioisce ma neppure vuole sapere. Non la giudico perché è un istinto di sopravvivenza. Io cerco però di guardare dentro quel buio».
Per poi aiutarci, anche attraverso il teatro, ad uscirne, aggrappandosi ai ‘margini della luce’.

