"Curtain", la storia che ti fa star male fisicamente

Nel videogioco di Llaura McGee grafica distorta e colori acidi provocano il malessere vissuto nella relazione tossica descritta

Francesco Toniolo
|2 ore fa
Il design manipolatorio traduce lo spaesamento psicologico della protagonista in esperienza sensoriale
Il design manipolatorio traduce lo spaesamento psicologico della protagonista in esperienza sensoriale
2 MIN DI LETTURA
Quando una persona dice che un videogioco “fa vomitare” sta generalmente usando un’espressione iperbolica per dire che ha trovato quell’esperienza particolarmente deludente. A meno che non stia parlando di qualche esperienza in realtà virtuale con un gioco non ottimizzato al meglio. In casi del genere c’è effettivamente chi può soffrire di motion sickness e stare fisicamente male quando si sposta la testa per guardarsi intorno. Anni fa era molto più frequente ma ancora oggi c’è chi ne soffre.
Pochi sanno invece che esiste un videogioco che è stato volutamente pensato per far stare male chi lo utilizza, per accrescere il disagio legato alla storia raccontata, che è in parte autobiografica. Il videogioco si chiama Curtain ed è stato creato da Llaura McGee, che lo ha pubblicato nel 2014 sulla piattaforma online Itch.io, dove è ancora giocabile gratuitamente. Curtain ci mette nei panni di Ally, una ragazza che vive insieme a Kaci in un appartamento. Le due ragazze suonano nella stessa band e hanno anche una relazione. La loro, però, non è la storia di una coppia felice. Siamo davanti a quella che è una abusive relationship, un amore “tossico”. Kaci è una manipolatrice che punta a controllare la sua fidanzata, sminuendola in vario modo e portandola a dubitare di tutto. Quando ci si trova intrappolati in una relazione del genere si rischia di smarrire i propri punti di riferimento ed è per questo che anche l’appartamento in cui vivono, che dovrebbe essere un luogo sicuro e familiare, si trasforma in un paesaggio indecifrabile, alieno e respingente.
Il senso dietro alle particolarissime e disturbanti scelte visive di Curtain sta proprio qui: portare il giocatore a sperimentare almeno in piccola parte quella stessa sensazione di disgusto e spaesamento che vive la protagonista. Questo avviene grazie al forte contrasto tra colori “acidi” e ai pixel enormi, che rendono sgranati e indecifrabili i contorni degli oggetti. Giocarci per qualche minuto, soprattutto su uno schermo di grandi dimensioni, può veramente portare a una sensazione fisica di nausea, in cui basta un movimento troppo veloce della telecamera per sentirsi male. Questo perché anche Ally sta male, trovandosi in quell’appartamento con Kaci, e la sua fidanzata l’ha manipolata a tal punto da farle perdere il contatto con la realtà (e anche noi giocatori, in effetti, fatichiamo a riconoscere ciò che ci circonda). Il tutto viene rafforzato dal contrasto tra due diversi box di testo che appaiono a schermo: uno legato ai pensieri di Ally e l’altro alle parole di Kaci. Quest’ultimo è quello più ampio e visibile, collocato nella parte bassa dello schermo, quello dove solitamente – in altri videogiochi – troviamo le parole del nostro personaggio. È come se Kaci avesse “rubato” ad Ally anche lo spazio per esprimersi, relegandola in un angolino, in un box più piccolo e di colore bianco, nella parte alta dello schermo. Anche l’ordine cronologico delle azioni è difficile da decifrare, sempre per la stessa ragione: trovarsi in una relazione del genere può privarti anche dei riferimenti temporali, oltre che di quelli spaziali.
Come detto, Curtain è in parte un videogioco autobiografico. Non ripercorre fedelmente il vissuto della persona che lo ha creato, ma Llaura McGee è partita da alcuni eventi che l’hanno riguardata in prima persona, per trarne ispirazione.