Per Trump il Canada è il 51esimo Stato degli Usa e gli adolescenti canadesi rispondono con un gioco

In “American Dictator?” il bersaglio non è più l’uomo d’affari, ma il presidente. L’ispirazione è però sempre il Monopoly

Carlo Chericoni
|22 ore fa
American Dictators?
American Dictators?
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Chi segue assiduamente questa rubrica ricorderà che Donald Trump e il mondo dei giochi da tavolo avevano già incrociato le loro strade nel lontano 1989. All’epoca, quando era considerato uno dei simboli dell’imprenditoria immobiliare americana, la nota casa editrice Milton Bradley gli dedicò Trump: The Game, un titolo ispirato a Monopoly nel quale si acquistavano a scatola chiusa grandi proprietà, per poi scoprirne solo in seguito il reale valore.
Quasi quarant’anni dopo, quel legame torna d’attualità con American Dictator?. Questa volta, però, sul tabellone non finisce più il Trump uomo d’affari, ma il presidente degli Stati Uniti, bersaglio di una satira politica costruita ancora una volta attorno alla formula di Monopoly.
Incuriositi dal fatto che tutto sia nato dalla creatività di sette ragazzi canadesi tra gli 11 e i 17 anni, abbiamo deciso di contattarli per farci raccontare qualcosa di più sul progetto. William Palma ha così spiegato in esclusiva a Libertà com’è nata l’idea: «Stavamo giocando a un gioco da tavolo in un cottage senza Wi-Fi quando ci siamo chiesti come sarebbe stato Monopoly se a giocarci fosse stato Trump. Abbiamo scelto di creare un gioco da tavolo perché li amiamo e perché riescono a far staccare le persone dagli schermi per trascorrere un po’ di tempo insieme ridendo tutti assieme».
Oltre a William, i sette ragazzi che hanno dato vita al gioco sono Adam Palma, Ben Whitmill, Johnathan Ip, Lauren Ip, Kiara Palma e Wenzel Steinbock. E, come lascia intuire il cognome, dietro i Palma c’è anche un piccolo legame con l’Italia: la famiglia ha origini abruzzesi e conserva ancora parenti a Pescara.
Con il sostegno dei genitori, quella che era nata quasi per gioco si è trasformata in qualcosa di molto più serio, fino alla nascita di una piccola casa editrice canadese che nel frattempo ha coinvolto nel progetto anche altri ragazzi. Il nome scelto è E-Up Games, riferimento all’espressione canadese Elbows Up, letteralmente “gomiti alti”, diventata negli ultimi anni una sorta di richiamo all’orgoglio nazionale in un periodo segnato dai dazi imposti da Washington e dalle continue allusioni di Trump all’annessione del vicino settentrionale.
American Dictator? viene messo in vendita nell’ottobre del 2025 con mezzi decisamente limitati. La prima settimana porta appena 25 ordini. La svolta arriva il 27 maggio 2026, quando Tod Maffin, divulgatore ed ex giornalista della radiotelevisione canadese, pubblica sui suoi canali un video dedicato al gioco. Nelle 24 ore successive E-Up Games vende circa 1.600 copie e il filmato comincia a rimbalzare sui social, superando complessivamente il milione di visualizzazioni sulle diverse piattaforme. Nei mesi successivi gli ordini oltrepassano quota 7.000.
Ma come funziona effettivamente il gioco? Come anticipato, il legame con Monopoly è evidente fin dalle meccaniche. Nella scatola si trovano due dadi, banconote, proprietà da acquistare e carte Evento che possono cambiare improvvisamente l’andamento della partita. A distinguere davvero American Dictator? è però la veste scelta per mettere in scena la satira: il tabellone ha la forma del Pentagono e al posto delle classiche pedine ci sono sei cravatte dai colori sgargianti. «Volevamo che il gioco avesse un aspetto diverso da qualsiasi altro titolo in circolazione», ci tiene a specificare William Palma durante la nostra chiacchierata. «Ci è voluto parecchio tempo per arrivare al design definitivo e mettere insieme tutti gli elementi che abbiamo aggiunto. Abbiamo fatto molto brainstorming e ascoltato i suggerimenti di tutti. A volte è persino difficile ricordare chi abbia avuto una determinata idea, perché ne sono venute fuori davvero tantissime».
Il gioco mette in palio venti città americane da acquistare, dalle quali incassare rendite e che è possibile valorizzare costruendo campi da golf, resort e torri: gli ingredienti di un impero immobiliare immediatamente riconoscibile anche da chi segue poco la politica.
È però nelle altre regole che la satira diventa più esplicita. Al posto della classica prigione di Monopoly, gli avversari possono essere messi «On ICE», con un evidente riferimento alla U.S. Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale che si occupa anche dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione. E c’è persino la possibilità di comprarsi un giudice della Corte Suprema, ottenendo così il privilegio di ignorare al-cune delle regole del gioco.
Il resto lo fanno le 58 carte Questionable Decisions, letteralmente «decisioni discutibili», che prendono di mira tanto le scelte politiche del presidente quanto gli episodi che sul web hanno ispirato battute, fotomontaggi e video ironici. «Di materiale su cui lavorare ce n’è parecchio!» racconta William Palma. «A casa leggiamo il giornale, quindi seguiamo quello che fa Trump. Le nostre carte Questionable Decisions si basano sulle decisioni che ci colpiscono di più. Cerchiamo di scegliere quelle più assurde e divertenti. Poi proviamo le carte per vedere quali suscitano le reazioni migliori tra amici e familiari».
Sul sito di E-Up Games si possono acquistare anche gadget
Sul sito di E-Up Games si possono acquistare anche gadget
Il risultato è che alcune delle situazioni raccontate sembrano inventate anche quando non lo sono: si ride per la battuta e subito dopo viene voglia di capire a quale notizia faccia riferimento. Alcune delle frecciate più riuscite riguardano ovviamente il rapporto tra Stati Uniti e Canada. In Rename a Body of Water si cambia nome a uno specchio d’acqua e bisogna poi pagare il costo delle nuove mappe, mentre in Fifty-First Folly un albergo fallisce perché i canadesi smettono di andarci.
È proprio questo modo di trasformare l’attualità in regole e meccaniche ad aver attirato l’attenzione del game designer canadese Brian Train, che ha indicato American Dictator? come un esempio di quello che definisce «citizen journalism»: una forma di giornalismo civico in cui fatti, interpretazioni e commento sull’attualità vengono raccontati non attraverso un articolo o un video, ma attraverso ciò che accade sul tavolo da gioco.
Dietro l’ironia di American Dictator? c’è però anche un impegno molto concreto. Fin dall’inizio i ragazzi hanno seguito direttamente buona parte della produzione, dalla realizzazione dei componenti al confezionamento delle scatole, e il successo del gioco ha reso tutto molto più impegnativo. «Realizzare i giochi è un grande lavoro di squadra», ci racconta William Palma. «Durante l’estate abbiamo ricevuto più di 7.000 ordini, quindi c’era davvero tantissimo da fare. È incredibile quanti passaggi servano per produrre una copia: dalla stampa 3D dei pezzi al loro assemblaggio, fino all’arrivo delle carte dalla tipografia e al confezionamento delle scatole. La maggior parte di noi ragazzi si occupa della stampa 3D e dell’imballaggio dei componenti. Alla fine abbiamo comprato 17 stampanti 3D per noi e per i nostri amici. Mio fratello Adam ha imparato a progettare i componenti in 3D e poi ha realizzato i modelli dei pezzi. Io mi occupo soprattutto dell’assemblaggio e del confezionamento, che avviene nel seminterrato dei miei nonni. È un sacco di lavoro, ma mi piace molto, perché è davvero bello sapere che un gioco che ho contribuito a realizzare finirà nelle mani di qualcuno che ci giocherà».
Il gioco è acquistabile sul sito e-upgames.com a 49,99 dollari canadesi, circa 31 euro. Una parte del ricavato è destinata alla London Food Bank, il banco alimentare della città dell’Ontario da cui provengono i giovani autori. E-Up Games ha inoltre lanciato Build Canada, un programma di borse di studio che premia gli studenti delle scuole superiori canadesi per il loro contributo al miglioramento della comunità.
American Dictator? è così anche la storia di sette adolescenti che hanno trasformato una polemica internazionale in una piccola impresa, capace di vendere migliaia di scatole e sostenere la propria comunità. Non male, per un progetto nato perché il Wi-Fi non funzionava.