Gli Iron Maiden a Milano stregano San Siro nell’unica data per i 50 anni di carriera
Il primo gruppo metal nella storia non ha deluso i 45mila spettatori entusiasti proponendo tantissimi brani epici

Danilo Di Trani
|1 ora fa

Un momento del concerto degli Iron Maiden allo Stadio San Siro di Milano © ANSA
l caldo è cocente, il Sole ancora luminoso, i fan elettrizzati. Parte Doctor Doctor nelle casse, i presenti sanno che tutto sta per cominciare.
The Ides of March in sottofondo, il brano strumentale sulle Idi di marzo, giorno dell’assassinio di Giulio Cesare. Il pubblico comincia a intonare le ritmiche delle chitarre.
Mezzo secondo di silenzio, il palco esplode ed ecco l’entrata in grande stile degli Iron Maiden.
San Siro si infiamma. La prima volta per la Vergine di ferro a San Siro. In realtà, è soprattutto la prima volta di una band metal nella Scala del calcio.
Si parte dal principio, o quasi. Il primo brano è Murders in the Rue Morgue del secondo album Killers, 1981, quando alla voce c’era Paul Di’Anno, morto meno di due anni fa, dopo una vita di eccessi. Come sempre, non è una scelta casuale, quella degli Iron. Per il Run For Your Lives World Tour sono partiti dagli albori. Grandi classici, dal primo Iron Maiden, fino a Seventh Son of a Seventh Son, con una sola eccezione che è Fear of The Dark. I giovani della Gen Z parlerebbero di un revival del prime della band inglese.
Bruce Dickinson al microfono scalda la voce e non solo. Nello stadio ci sono 38 gradi, ma non se ne cura. Corre sul palco, indossa giubbotti di pelle, mantelli e suda insieme al pubblico.
Steve Harris squarcia l’urlo di San Siro con l’intro di basso di Wrathchild, che narra di un ragazzo alla ricerca di suo padre.
Ed ecco Killers, la title track dell’album, con la copertina sullo sfondo. Eddie the Head, la mascotte storica, ha ormai i capelli lunghi, non più la cresta punk del primo lavoro.
The Ides of March in sottofondo, il brano strumentale sulle Idi di marzo, giorno dell’assassinio di Giulio Cesare. Il pubblico comincia a intonare le ritmiche delle chitarre.
Mezzo secondo di silenzio, il palco esplode ed ecco l’entrata in grande stile degli Iron Maiden.
San Siro si infiamma. La prima volta per la Vergine di ferro a San Siro. In realtà, è soprattutto la prima volta di una band metal nella Scala del calcio.
Si parte dal principio, o quasi. Il primo brano è Murders in the Rue Morgue del secondo album Killers, 1981, quando alla voce c’era Paul Di’Anno, morto meno di due anni fa, dopo una vita di eccessi. Come sempre, non è una scelta casuale, quella degli Iron. Per il Run For Your Lives World Tour sono partiti dagli albori. Grandi classici, dal primo Iron Maiden, fino a Seventh Son of a Seventh Son, con una sola eccezione che è Fear of The Dark. I giovani della Gen Z parlerebbero di un revival del prime della band inglese.
Bruce Dickinson al microfono scalda la voce e non solo. Nello stadio ci sono 38 gradi, ma non se ne cura. Corre sul palco, indossa giubbotti di pelle, mantelli e suda insieme al pubblico.
Steve Harris squarcia l’urlo di San Siro con l’intro di basso di Wrathchild, che narra di un ragazzo alla ricerca di suo padre.
Ed ecco Killers, la title track dell’album, con la copertina sullo sfondo. Eddie the Head, la mascotte storica, ha ormai i capelli lunghi, non più la cresta punk del primo lavoro.

Bruce Dickinson chiama Milano, l’Italia e tutto lo stadio «Finalmente hanno lasciato suonare una band metal nel fott… San Siro» e chiude «per noi è un onore».
Il ripasso dell’epopea di Paul Di’Anno si chiude con Phantom of The Opera del primo album, sette minuti e trenta secondi, continui cambi di ritmo, uno scherzo per i Maiden. Il Fantasma dell’opera, capolavoro gotico di inizio ‘900, può ritenersi soddisfatto.
Parte la voce fuori campo “Woe to you, oh earth and sea” e chiude con l’iconico “For it is a human number, its number is six hundred and and Sixty six”. È il momento di The Number of the Beast, title track dell’album di esordio di Bruce Dickinson alla voce.
Arriva il piccolo regalo, l’attesa Infinite Dreams dell’album Seventh Son of a Seventh Son. Si tratta dell’unica variazione di scaletta rispetto al tour dello scorso anno con tappa a Padova. Si vola nell’album Powerslave, dalle sonorità egizie con il brano omonimo, durante il quale il cantante indossa la maschera del dio Horus, per poi piombare nella realtà più contemporanea che mai di 2 Minutes To Midnight con il ripudio della guerra e della corsa agli armamenti, citando l’Orologio dell’Apocalisse.
Il ripasso dell’epopea di Paul Di’Anno si chiude con Phantom of The Opera del primo album, sette minuti e trenta secondi, continui cambi di ritmo, uno scherzo per i Maiden. Il Fantasma dell’opera, capolavoro gotico di inizio ‘900, può ritenersi soddisfatto.
Parte la voce fuori campo “Woe to you, oh earth and sea” e chiude con l’iconico “For it is a human number, its number is six hundred and and Sixty six”. È il momento di The Number of the Beast, title track dell’album di esordio di Bruce Dickinson alla voce.
Arriva il piccolo regalo, l’attesa Infinite Dreams dell’album Seventh Son of a Seventh Son. Si tratta dell’unica variazione di scaletta rispetto al tour dello scorso anno con tappa a Padova. Si vola nell’album Powerslave, dalle sonorità egizie con il brano omonimo, durante il quale il cantante indossa la maschera del dio Horus, per poi piombare nella realtà più contemporanea che mai di 2 Minutes To Midnight con il ripudio della guerra e della corsa agli armamenti, citando l’Orologio dell’Apocalisse.

San Siro trema quando la band intona Rime of the Ancient Mariner, brano ispirato dalla ballata del vecchio marinaio del ‘700 di Coleridge. Tredici minuti di ballata metal che ne fanno tra i brani più lunghi della band. «Non si può parlare di canzone, di brano. Questa è una vera e propria opera» (cit. Gian Luca Rocco, leggi sotto).
Su Run to The Hills i fan saltano, cantano e urlano. La traccia contiene il verso che battezza il tour: “Run for your lives”, riferito ai nativi americani che cercavano rifugio dai coloni fuggendo sulle colline.
Ancora le epiche tastiere di Seventh Son of a Seventh Son, questa volta con il brano che dà il nome all’album del 1988.
Su The Trooper i chitarristi Adrian Smith, Dave Murray e Janick Gers si scatenanto con ritmiche e assoli, incalzati da Bruce Dickinson in alta uniforme, sventolante la bandiera britannica prima, quella italiana in un secondo momento. Simon Dawson alla batteria dà il meglio, copre le tracce dello storico Nicko McBrain perfettamente.
Halloweed Be Thy Name è un altro pezzo diventato un appuntamento fisso in scaletta, l’epicità di un condannato a morte si scontra con i dubbi sulla fede. Dickinson canta il brano chiuso in una cella per rendere l’idea. La musica, in concerto, diventa teatro, opera transmediale con i video sugli schermi, le incursioni di Eddie che incidono fino ad Iron Maiden.
Eddie sovrasta lo schermo accompagnato dalle parole del cantante "Iron Maiden is gonna get all of you”, la Vergine di Ferro prenderà ognuno di voi.
Su Run to The Hills i fan saltano, cantano e urlano. La traccia contiene il verso che battezza il tour: “Run for your lives”, riferito ai nativi americani che cercavano rifugio dai coloni fuggendo sulle colline.
Ancora le epiche tastiere di Seventh Son of a Seventh Son, questa volta con il brano che dà il nome all’album del 1988.
Su The Trooper i chitarristi Adrian Smith, Dave Murray e Janick Gers si scatenanto con ritmiche e assoli, incalzati da Bruce Dickinson in alta uniforme, sventolante la bandiera britannica prima, quella italiana in un secondo momento. Simon Dawson alla batteria dà il meglio, copre le tracce dello storico Nicko McBrain perfettamente.
Halloweed Be Thy Name è un altro pezzo diventato un appuntamento fisso in scaletta, l’epicità di un condannato a morte si scontra con i dubbi sulla fede. Dickinson canta il brano chiuso in una cella per rendere l’idea. La musica, in concerto, diventa teatro, opera transmediale con i video sugli schermi, le incursioni di Eddie che incidono fino ad Iron Maiden.
Eddie sovrasta lo schermo accompagnato dalle parole del cantante "Iron Maiden is gonna get all of you”, la Vergine di Ferro prenderà ognuno di voi.

Si spegne il palco, la band saluta, ma è solo un modo per scatenare il pubblico che intona «Maiden, Maiden».
Rientrano con il brano che Bruce Dickinson ha definito il più difficile, Aces High, introdotto dal famoso discorso di Winston Churchill del 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale. Bruce indossa un casco, come un aviatore, Steve Harris usa il basso come un fucile.
Le luci si spengono di nuovo, è il momento che aspettano tutti, Fear of The Dark, forse il capolavoro della band inglese, che ha fatto conoscere il nome Iron Maiden in tutto il mondo, anche ai non appassionati del genere. L’arpeggio iniziale incute timore, come sempre, le luci dei cellulari illuminano lo stadio, con una licenza poetica Dickinson cambia il testo, “In San Siro of the Dark”. Quando parte la classica cavalcata di strumenti il pubblico si accende ancora.
La chiusura del concerto è dedicata a Wasted Years dell’album Somewhere in Time, una riflessione di Adrian Smith riguardo i momenti lontano da casa, il grande lavoro della band in tour tra il 1984 e 1985, biennio costellato da numerosi concerti dei Maiden nel mondo.
Il pubblico è inebriato ed estasiato, gli Iron Maiden hanno fatto saltare 45.000 spettatori, con un’età dai diciotto fino ai settant’anni.
Hanno ringraziato il pubblico, hanno definito lo stadio leggendario e lo hanno considerato un onore.
Quasi settant’anni per molti di loro, hanno dimostrato al pubblico italiano che possono ancora trascinare gli stadi. Nicko McBrain alla batteria non c’è più per motivi di salute, alcuni componenti hanno detto spesso che in questo tour suonano brani che non suoneranno mai più. Gli anni aumentano, ma non sembrano pensare al ritiro. Dopo un concerto leggendario, si può solo dire Up the Irons!
Rientrano con il brano che Bruce Dickinson ha definito il più difficile, Aces High, introdotto dal famoso discorso di Winston Churchill del 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale. Bruce indossa un casco, come un aviatore, Steve Harris usa il basso come un fucile.
Le luci si spengono di nuovo, è il momento che aspettano tutti, Fear of The Dark, forse il capolavoro della band inglese, che ha fatto conoscere il nome Iron Maiden in tutto il mondo, anche ai non appassionati del genere. L’arpeggio iniziale incute timore, come sempre, le luci dei cellulari illuminano lo stadio, con una licenza poetica Dickinson cambia il testo, “In San Siro of the Dark”. Quando parte la classica cavalcata di strumenti il pubblico si accende ancora.
La chiusura del concerto è dedicata a Wasted Years dell’album Somewhere in Time, una riflessione di Adrian Smith riguardo i momenti lontano da casa, il grande lavoro della band in tour tra il 1984 e 1985, biennio costellato da numerosi concerti dei Maiden nel mondo.
Il pubblico è inebriato ed estasiato, gli Iron Maiden hanno fatto saltare 45.000 spettatori, con un’età dai diciotto fino ai settant’anni.
Hanno ringraziato il pubblico, hanno definito lo stadio leggendario e lo hanno considerato un onore.
Quasi settant’anni per molti di loro, hanno dimostrato al pubblico italiano che possono ancora trascinare gli stadi. Nicko McBrain alla batteria non c’è più per motivi di salute, alcuni componenti hanno detto spesso che in questo tour suonano brani che non suoneranno mai più. Gli anni aumentano, ma non sembrano pensare al ritiro. Dopo un concerto leggendario, si può solo dire Up the Irons!

Il ricordo
UP THE IRONS! LA PRIMA VOLTA NEL 1993 A DICIASSETTE ANNI AL PALASPORT DI GENOVA
di Gian Luca Rocco*
UP THE IRONS! LA PRIMA VOLTA NEL 1993 A DICIASSETTE ANNI AL PALASPORT DI GENOVA
di Gian Luca Rocco*

L’8 maggio del 1993 un ragazzino diciassettenne vestito di nero si recava con i suoi amici vestiti di nero al Palasport di Genova per assistere al concerto dei loro idoli: gli Iron Maiden. La faccio breve: da quel concerto uscì con molti lividi causa pogata improvvisa durante Fear of the Dark e una fascetta per capelli che da quel momento in poi lo accompagnò legata al polso per molto tempo. Il concerto fu fantastico, compresa la support band, The Almighty che, ovviamente, da quel momento entrò di prepotenza nel lettore cd di quel capellone diciassettenne. Il 17 giugno del 2026, oltre 33 anni dopo, lo stesso ragazzino ormai cresciuto, non più vestito di nero, con i capelli un filo più corti e tenendosi dal terzo anello ben lontano dal pogo, si è recato allo Stadio San Siro di Milano per ascoltare il concerto dei suoi idoli di allora: gli Iron Maiden. Oltre tre decenni sono passati sotto i ponti, ma alcune cose non cambiano. Ad esempio, quei pazzi sul palco, capaci ancora di sorprendere, trascinare, trasformare il metal in uno spettacolo teatrale grandioso, superbo, accattivante anche per chi, come Cecilia che era al mio fianco, non conosceva nemmeno una canzone. L’essenziale di quel tipo di musica, chitarre, basso e batteria, la voce di Bruce Dickinson acuta e potente come pochissime nel panorama del rock. E poi i volti degli spettatori, oltre 40mila ragazzi del 1993 che ancora una volta si sono ritrovati metallari dentro, magari senza più capelli (devo dire che ero tra i messi meglio), ma con la stessa voglia di cantare e urlare. Non so quale sia la ricetta di certi gruppi che sembra non possano invecchiare, capaci tecnicamente e fisicamente di tenere il palco con la stessa energia e forza. Forse mestiere, forse entusiasmo, forse capacità sviluppate in anni e anni di musica suonata e non sintetizzata, inventata, creata a tavolino da autotune e compagnia. Non so se sia stata l’ultima volta che li ho visti tutti insieme, d’altronde il più giovane, Bruce, compie 68 anni ad agosto, gli altri viaggiano abbondantemente sopra i 70. Ma devo ringraziarli, perché ho compreso che gli Iron Maiden mi hanno accompagnato in modo discreto attraverso tutte le fasi della mia vita, le tante gioie e i tremendi dolori. Un porto sicuro in cui tornare, una canzone che ho imparato a memoria 33 anni fa, una strofa da gridare a squarciagola in auto mentre le lacrime ti tappano la gola; perché la paura del buio, la Fear of the dark, passa quando si è in 40mila ad alzare tre dita in cielo e urlare: “Up the irons”.
*Direttore del Gruppo Libertà e metallaro dal 1990

