Il college-thriller "Dio di illusioni" di Donna Tartt è di nuovo in classifica

Grazie ai tiktoker si torna a parlare del romanzo pubblicato trent'anni fa. Che, in effetti, merita. Se fosse una pizza, sarebbe una pizza dal sapore deciso con radicchio, scamorza e mozzarella

Cecilia Pizzaghi
|2 ore fa
La scrittrice Donna Tartt
La scrittrice Donna Tartt
4 MIN DI LETTURA
Dopo un periodo pressoché interminabile di ossessione per gli anni ‘80, il mondo dell’intrattenimento sembra aver rivolto la sua attenzione agli anni ‘90. Sulle piattaforme di streaming spuntano serie dedicate alle star di quel decennio (da “Pam & Tommy” al recentissimo “Love Story”); film dimenticati che diventano inaspettatamente di culto (tra cui “Nirvana” e “Lola corre”); persino nell’ultimo singolo di Harry Styles riecheggiano le sonorità di una Madonna del 1998 (per non parlare della seconda vita che sta avendo la musica hardcore, ma non vorrei sfociare troppo nella sottocultura).
Quindi ora, per portarvi una testimonianza di questo fenomeno anche in ambito letterario, mi tocca arrivare a questo: devo introdurre voi lettori di un quotidiano locale al concetto di BookTok. Si tratta di quel filone di video-recensioni su TikTok - da cui provengo anche io - capace di rendere virale tanto un neo-harmony quanto un mattone drammatico (e, a mio parere, pretenzioso) tipo “Una vita come tante”. Basta una voce (aka tiktoker) non autorevole, bensì influente, che sponsorizza una lettura, da far rientrare in classifica anche un romanzo di nicchia di trent’anni fa.
È esattamente il caso di “Dio di illusioni” di Donna Tartt.
Una via di mezzo tra il college-drama e il college-thriller - dei sottogeneri coniati proprio per ascrivere al microcosmo dei college americani, così spesso teatro delle serie e dei film di cui sopra.
La copertina del romanzo
La copertina del romanzo
Richard Papen è un ragazzo californiano che decide di iscriversi a una piccola università nel remoto Vermont pur di fuggire dalla banalità della West Coast anni ‘90. Qui si imbatte in un gruppo di studenti di greco antico: ricchi, snob e dannatamente affascinanti. Convinto che questa cricca di eruditi (per non chiamarli radical chic) rappresenti la fetta più buona della pizza della vita, Richard si infila nel loro giro: si trasferisce dall’indirizzo di Lettere Moderne a quello di Lettere Antiche, studia insieme a loro, ma soprattutto si perde insieme a loro tra alcol, psicofarmaci dosati a caso, discorsi filosofici, weekend in villeggiatura e altre attività sospese tra alta borghesia e spleen.
Sotto la loro bellezza studiata e l’aria da intellettuali si celano però brutalità e perversione: i ragazzi rivelano di avere un oscuro segreto, di cui Bunny - il meno brillante e più chiacchierone del gruppo - è a conoscenza e che ora sembra voler usare come arma di ricatto.
Niente spoiler, è proprio quanto viene raccontato nel capitolo di apertura del romanzo: Bunny ci rimane secco.
Da qui la storia si divide nettamente in un prima e un dopo: il prima è l’incanto del gruppo, l’ebbrezza intellettuale, i legami di amicizia che sembrano genuini e destinati a non dissolversi mai; il dopo è la caduta nel senso di colpa, nella paranoia, nella trama degli inganni e nel lento disfacimento di quello che appariva il più solido e affiatato gruppo di amici.
L'ambientazione del romanzo
L'ambientazione del romanzo
Bene, ora però vi starete chiedendo come possa “Dio di illusioni” essere diventato un libro così virale.
Innanzitutto non si può non notare lo stile di Donna Tartt: una narrativa ricchissima di dettagli, ma mai pedante, che non fa che accrescere la suspense e quasi l’ossessività per una storia che, proprio quando pensi di aver intuito dove stia andando, schizza altrove. A tratti “Dio di illusioni” sembra quasi un giallo (o il suo contrario) perché non solo ci proietta nella stessa ansia dei personaggi, nel loro timore di essere scoperti, ma ci porta addirittura a tifare per loro, detestare i loro nemici, trovarli insopportabili e quasi meritevoli della violenza che subiscono. La Tartt ci mette, insomma, dalla parte di un narratore tanto inaffidabile quanto ammaliante.
C’è il professore intellettuale e sfuggente, edonista e affabile, fonte di sospetto ma anche oggetto di grande magnetismo. C’è Bunny, vittima - in un certo senso - di se stesso e della maschera da ricco strafottente che interpreta, dietro cui si nascondono le insicurezze di un fuoricorso poco brillante e poco apprezzato da una famiglia in rovina. Ci sono i gemelli, bellissimi e sregolati, governati al tempo stesso da bontà e possessività. C’è Francis, il burlone bohémien, tanto sensibile quanto debole. C’è Henry, il ragazzo prodigio: benestante, profondo, illuminato, ma dall’animo oscuro e inquietante. E infine c’è il narratore, Richard: un giovane solitario, eppure sempre circondato da gente; carismatico, ma privo di personalità; intelligente, ma poco ambizioso; ingenuo, ma colpevole nella sua indolenza.
È proprio Richard, a mio parere, a rappresentare il miglior anello di congiunzione tra Donna Tartt e Bret Easton Ellis, altro autore americano, ben più celebre della Tartt, nonché suo amico intimo.
Forse infatti si può azzardare che “Dio di illusioni” risplenda di luce riflessa dell’iconico “Meno di zero” e del recentissimo “Le schegge” di Ellis: romanzi oscuri, che riflettono su giovani, carini, poco affaccendati, figli di miliardari californiani, che nella loro apatia e sregolatezza sono diventati la miglior rappresentazione della Generazione X.
Mi ritengo una fan di Bret Easton Ellis, ho divorato i suoi romanzi, eppure è proprio questo volerlo a tutti i costi accostare a Donna Tartt che mi ha forse fatto apprezzare le profonde differenze tra i due. In “Dio di illusioni” troviamo sì dei ventenni ricchi, viziati, dannatamente belli e invischiati in relazioni non ben definite e a tratti pericolose. Eppure i cinque latinisti sono ben diversi dai ragazzini svogliati e insensibili, che rifuggono le emozioni, rimandano i progetti di vita e deridono le ambizioni che popolano i romanzi di Ellis.
Francis, i gemelli, ma soprattutto Henry e Robert - persino Bunny - sono ragazzi appassionati: hanno fatto delle proprie passioni uno status, e sono proprio queste passioni a unirli. Sono profondi, non solo studiano i classici, ma li capiscono, li citano, li vogliono rivivere. È la loro ossessione per un’idea arcaica di bellezza e conoscenza a portarli alla rovina, insieme alle emozioni violente e totalizzanti che provano l’uno per l’altro.
Se Ellis ci fa venire voglia di prendere i suoi personaggi per il bavero della loro camicia Ralph Lauren e dar loro una bella scrollata, la Tartt ci mette addosso un bisogno atavico di essere ammessi nel circolino esclusivo dei cinque ragazzi, di guadagnarci la loro fiducia, i poter essere per loro un appiglio, un sostegno, persino di condividere gli stessi patimenti.
Non per questo una autrice è per forza migliore dell’altro. Eppure credo sia giusto dare a Tartt ciò che è di Tartt: averci mostrato che gli anni ‘90 non sono solo storie di ragazzini in crisi, apatici ed evitanti. Ci sono anche quelle di ragazzi pieni di vita, passioni ed emozioni - anche se comunque in crisi.
E se “Dio di illusioni” fosse una pizza sarebbe una pizza con radicchio, scamorza e mortadella: decisa, d’impatto, dolce e da far fuori in un boccone.