Le strabilianti imprese di Mr. Potus stella delle strisce made in USA
A volte la realtà supera la fantasia, ma con un personaggio sopra le righe come Donald J. Trump ha un po' esagerato
Alessandro Sisti
|2 ore fa

"I Simpson" di Matt Groening. Per chi avrà votato Homer?
Gioca scherzi più truci e distruttivi di quelli del Joker, ha il tatto e l’eleganza di Fred Flinstone e sa meglio del Doctor Strange come spostarsi magicamente in una dimensione dove la realtà nemmeno lo sfiora. Se l’avesse creato un autore di fumetti l’editore gliel’avrebbe bocciato giudicandolo poco credibile, invece esiste davvero. È lo sconcertante, inverosimile e incomprensibile POTUS, che non è il nome di un allegro protagonista per i più piccini come la Pimpa o Peppa Pig, bensì l’acronimo americano per “President of the United States”. Nel caso gli aggettivi con cui l’ho descritto non vi apparissero calzanti sentitevi autorizzati a dedicargliene di più adeguati, tanto il reato di offesa all’onore o al prestigio di Capo di Stato estero (art. 297 del codice penale) è stato abrogato nel 1999, però fermatevi a considerare quanto Donald Trump sia impagabile dal punto di vista fumettistico: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo e magari non riuscirebbe altrettanto… be’, così. Anche se ormai ha rinunciato a tingersi le chiome di giallo-semaforo, i disegnatori possono sbizzarrirsi con la sua eccessiva mimica facciale e a caratterizzarlo bastano le pittoresche cravatte antinebbia, mentre noi sceneggiatori, che nel raccontare siamo obbligati a un minimo di coerenza, ne veniamo liberati da un personaggio capace di dichiarare qualunque cosa e venti minuti dopo l’esatto opposto. I cartoonist dovrebbero insomma amarlo svisceratamente, eppure proprio quelli del suo Paese (ingrati!) sembrano non averlo mai digerito, ancor prima della sua prima presidenza del 2017/2021. Così, fin da quando era solo un immobiliarista ricco sfondato, Mister President o le sue inconfondibili frasi-chiave sono apparsi in uno sproposito di vignette. In quelle di satira politica – dove incontrarlo era inevitabile – e nei comics underground, ma anche nelle storie vere e proprie e nelle strisce famose come “Doonesbury”, del suo compatriota Garry Trudeau. Nella sua strip, pubblicata dal 1970 negli USA oltreché in 1.400 quotidiani e riviste nel mondo, vincitrice nel ‘75 del premio Pulitzer per il giornalismo e giunta in finale altre tre volte fino al 2005, Trudeau mette in scena le vite di un gruppo di amici dalla gioventù del college alla maturità, attraverso le vicende reali dell’attualità. Ascesa di Trump compresa, tante di quelle volte e condita da tanto sarcasmo che alla fine l’autore ne ha ricavato un volume antologico. Nondimeno il nostro multimiliardario col ciuffo è diventato presidente, come già aveva previsto (addirittura nel 2000) Dan Greaney, sceneggiatore di un episodio de “I Simpson” in cui Lisa Simpson succede a Trump alla Casa Bianca e deve affrontare la grave crisi di bilancio che il predecessore le ha lasciato in eredità. Altrettanto caustico è il giudizio di Robert Crumb, figura storica del mondo del fumetto e inventore dell’eversivo Gatto Fritz, che nella storia del 1989 intitolata “Punta il dito” etichetta Donald Trump come uno degli uomini più malvagi viventi, per non dire del celeberrimo comics magazine “Mad”, edito dal 1952, che all’attuale presidente degli States ha dedicato il personaggio di Capitan Avarizia nonché numerose copertine e nel 2015 l’ha eletto Imbecille dell’Anno.
E i supereroi, che rappresentando un’America muscolare e più incline all’azione che al pensiero potrebbero non averne un’opinione così cattiva? Niente da fare, il povero (si fa per dire) Donald non piace neppure a loro e se non lo dichiarano esplicitamente, senz’altro lo lasciano intuire. Per esempio facendo diventare presidente Lex Luthor, lo scienziato criminale nemesi di Superman, o in un’avventura di Catwoman nella quale il Pinguino, arcinemico di Batman, si candida a sindaco di Gotham City con lo slogan “Make Gotham Great Again”. A qualcuno sembrerà d’averne già sentito uno simile, ma se il messaggio non fosse ancora chiaro, la rivale del Pinguino per la poltrona di primo cittadino della metropoli dell’Uomo Pipistrello è tale Constance Hill, dal nome che riecheggia quanto basta quello di Hillary Clinton, concorrente di Trump nel 2016. Questo per quanto riguarda DC Comics, editrice dei due paladini in calzamaglia, però in casa Marvel ci vanno giù più pesante recuperando il supermalvagio MODOK, il cui nome è la sigla di “Mental Organism Designed Only for Killing”, ovvero “organismo mentale progettato solo per uccidere”, e in una storia ambientata in un universo parallelo lo trasformano in MODAAK, “Mental Organism Designed As America’s King”, vale a dire “organismo mentale progettato come re d’America”. Chissà se i membri del movimento “No Kings” leggono i fumetti? Comunque Capitan America, che in quella realtà alternativa è una donna, lo leva di mezzo. Trump fa inoltre una fugace apparizione al fianco di Teschio Rosso, nemico storico di Capitan America, e Spawn, il sanguinario giustiziere di Todd McFarlane edito da Image Comics e poi da DC, per non sbagliare li decapita tutti e due. Ancora di Marvel è Luke Cage, supereroe a pagamento che in una delle sue avventure solleva di peso una limousine per consentire il passaggio di un’ambulanza. Sennonché il passeggero della lussuosa auto è (lo indovinate?) Donald Trump, che minaccia di fargli causa, mentre Deadpool, l’antieroe di Fabian Nicieza e Rob Liefeld, sulla copertina di un suo albo che lo vede in giacca, cravatta rutilante e parrucca pseudo-bionda col ciuffo, circondato da manichini nei costumi dei colleghi supereroi più noti esclama “You’re hired”, ovvero “Siete assunti”, facendo il verso alla battuta “You’re fired”, cioè “Sei licenziato”, con cui Trump cacciava cortesemente i partecipanti eliminati dello show televisivo “The Apprentice”.
Un’ultima citazione va alla testata statunitense a fumetti “Black” – da non confondersi con quella nazionale pubblicata da Coconino Press – incentrata sugli argomenti sensibili riguardanti la popolazione di colore e sulla quale, in una cover del 2016 contemporanea alla campagna presidenziale, il protagonista nero ripercorre la scalata del videogame classico “Donkey Kong” cercando di superare un poliziotto che vuole ucciderlo, un membro del Ku Klux Klan e un giudice razzista per arrivare ad affrontare il boss finale, che ovviamente è il futuro presidente in atteggiamento gorillesco e bellicoso. In Italia, dove i Presidenti della Repubblica si scelgono con criteri diversi, i fumettisti sembrano meno interessati a inserire Trump nelle loro opere, fatta salva qualche eccezione come la copertina del mensile “Linus” dell’ottobre 2017, dove si manifesta come il Grande Cocomero terrorizzando Linus, oppure il video-fumetto animato di Sio “L’Uomocane contro Donald Trumpoli”. Vince l’Uomocane e per inciso, pare che Trump i cani li detesti. Nelle nazioni di lingua inglese i nomi dei più celebri eroi Disney vengono utilizzati in forma abbreviata, per cui Paperino e Topolino incontrandosi si salutano con “Hi, Mickey” “Hi, Donald” e voci di corridoio (assolutamente ben informate) raccontano come già ai tempi del primo mandato il POTUS abbia chiesto d’usare invece sempre per esteso il nome Donald Duck, perché l’unico e solo The Donald è lui e non sia mai che venga irrispettosamente confuso con un papero. Peccato che alle prossime elezioni di midterm rischi di diventare un’anatra zoppa, come gli americani definiscono un presidente in carica ma senza il sostegno del parlamento, dal potere limitato e che difficilmente sarà rieletto. Chi vivrà vedrà, gli Stati Uniti d’America sono il Paese delle opportunità proprio per tutti.









