Ma quanta aura hai? Le battle di Gen Z e Alpha da TikTok alle piazze (reali)
Pose, meme e “six seven” al posto della breakdance: il trend nato in Sud America conquista anche l’Italia
Fabrizia Malgieri
|2 ore fa

Sfide in cerchio a colpi di meme. Se negli anni Ottanta e Novanta gli adolescenti si sfidavano con breakdance e freestyle battle, oggi le nuove generazioni preferiscono farlo parlando il loro linguaggio preferito: quello dei social. Il fenomeno, recente ma già fortemente popolare, è quello delle “aura battle” (dette anche “aura farming battles” o “aura offs”): vere e proprie sfide dal vivo tra ragazzi e ragazze che si affrontano davanti a un pubblico a colpi di pose, balletti, gesti e citazioni dei meme che popolano le tante piattaforme utilizzate dai ragazzi. E, ovviamente, vince chi dimostra di avere più “aura”. Ma dove nasce il termine “aura battle”? Alla base c’è l’”aura farming”: nello slang online l’”aura” è una misura quasi invisibile di carisma, sicurezza, presenza o stile disinvolto. “Farming” deriva invece dal gergo dei videogiochi, dove indica la ripetizione di un’azione per accumulare punti e salire di livello. Fare “aura farming” significa, dunque, compiere gesti studiati per sembrare “cool” con grande disinvoltura. Il confine però è sottile: se ci si prova troppo, il rischio è di scivolare nell’inesorabile “cringe”. Come funzionano? In modo semplice ma efficace, perché le regole delle aura battle sono poche: due concorrenti si affrontano davanti a un pubblico di spettatori, alternando pose, movimenti, meme e imitazioni. Tra le mosse più popolari c’è il “Siuuu”, la bizzarra e ormai celebre esultanza di Cristiano Ronaldo, ma anche il cosiddetto “mewing”, la posa in cui si mette in bella mostra la mandibola. E poi, ovviamente, il ben noto “six seven”, accompagnato dall’iconico movimento delle mani: come sappiamo da tempo, non ha un reale significato, ma proprio per la sua natura nonsense è diventato immediatamente virale tra i giovanissimi. Non mancano, come detto, riferimenti ai videogiochi, ai personaggi degli anime e ai tanti balletti virali. E come si decreta il vincitore? Con il più analogico e vintage degli strumenti: il caro vecchio “applausometro”, tra urla e manifestazioni di apprezzamento da parte degli spettatori. Il fenomeno delle aura battle è esploso quest’estate in America Latina, soprattutto in Messico, Argentina, Brasile, Perù e Bolivia. Se inizialmente il trend era partito sui social, in poco tempo le aura battle si sono spostate nel mondo reale, nelle piazze. A Città del Messico, ad esempio, si sono tenute sfide affollatissime davanti al Palazzo delle Belle Arti, al Monumento alla Rivoluzione e nel quartiere Condesa, dove era persino previsto un premio da 3.000 pesos (poco più di 140 euro).
Le mosse, inutile dirlo, sono volutamente ridicole: in qualsiasi altro contesto non sembrerebbero affatto “cool”, ma è proprio l’assurdità della situazione a decretarne il successo. Il premio vero, alla fine, è l’approvazione del pubblico, esattamente come i social ci hanno abituato negli ultimi anni. In poco tempo il trend ha attraversato l’oceano, raggiungendo l’Europa e, ovviamente, anche l’Italia. Tra gli episodi più significativi c’è quello di Vicenza: lo scorso 3 ottobre, un raduno lanciato sui social da un TikToker per un’aura battle con in palio vestiti firmati ha richiamato centinaia di adolescenti nella zona di Campo Marzo, ma la situazione è presto degenerata in disordini e danneggiamenti, diventando un vero e proprio caso politico. Le aura battle sono arrivate, ovviamente, anche dentro le scuole: a Salò, in provincia di Brescia, l’intervallo di un istituto tecnico si è trasformato in un’arena; decine di studenti in cerchio nel cortile attorno ai due sfidanti, e altri affacciati alle finestre dei piani superiori a fare il tifo. La risposta della scuola non si è fatta attendere, con una circolare che vieta gli assembramenti in cortile.
A Castelfranco Veneto, invece, circa duecento studenti, ancora con lo zaino in spalla, si sono dati appuntamento in piazza per una sfida, ma l’arrivo della polizia, allertata dai commercianti della zona, ha interrotto tutto sul nascere. A Roma, dopo la prima battle cittadina, gli organizzatori ne hanno annunciata un’altra a mezzanotte, scatenando le proteste dei residenti per il rumore. Tuttavia, la consacrazione delle aura battle, come di tutto ciò che riguarda l’attualità, è tale solo quando passa attraverso la “benedizione” di Trey Parker e Matt Stone, i creatori dell’irriverente serie TV “South Park”. Ed è esattamente ciò che è accaduto nella terza puntata della ventinovesima stagione, trasmessa negli Stati Uniti il 14 ottobre e dal titolo “You Like That on Your Face”: Ike, il fratellino di Kyle (uno dei quattro bambini protagonisti della serie), si ritrova impegnato in una sfida di aura trasmessa in streaming, con un racconto pungente e al vetriolo a cui i due autori ci hanno abituato da quasi trent’anni. Al di là dell’ironia, le aura battle raccontano qualcosa di più profondo sul modo in cui le nuove generazioni abitano il mondo. Da un lato c’è la logica del videogioco, che ormai permea anche la vita sociale: punti da accumulare, livelli da scalare, un segnapunti invisibile che registra ogni gesto, ogni figura, ogni passo falso. Dall’altro c’è un bisogno antico quanto l’adolescenza stessa: misurarsi con i coetanei, farsi notare, conquistare il riconoscimento del gruppo. Che si tratti di panico morale o di un fenomeno sano lo stanno decidendo, a modo loro, le istituzioni. In Costa Rica il Ministero dell’Istruzione ha vietato le battle nelle scuole, mentre in Messico il segretario all’Istruzione ha scelto di cavalcare il trend, dichiarando di voler “farmare buona educazione” per il Paese.
Eppure, c’è un aspetto che spesso sfugge a chi guarda con sospetto questi raduni: per una volta sono i social a spingere i ragazzi fuori dagli schermi, e non il contrario. In un’epoca in cui, come osservano alcuni studiosi del fenomeno, gli spazi pubblici dove ritrovarsi senza dover spendere sono sempre più rari, una piazza che si riempie di adolescenti che ridono, si sfidano e si applaudono a vicenda non è necessariamente un problema. Forse è soltanto il segno che, sotto strati di meme incomprensibili agli adulti, il desiderio di stare insieme non ha mai smesso di esistere. Le aura battle potrebbero sparire con la stessa velocità con cui sono comparse, come accade a quasi tutte le tendenze della rete. Ma la domanda che lasciano aperta resta: quanto spazio, fisico e simbolico, siamo disposti a concedere ai ragazzi per dare loro l’opportunità di esprimere loro stessi?
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