Suzanne Vega è tornata in Italia e ci ha parlato di poeti, abusi infantili, musica, angeli e caregiver
Dopo un'intima e coinvolgente performance a Carpi

Eleonora Bagarotti
|10 ore fa

Suzanne Vega a Carpi, tra il chitarrista Gerry Leonard e la violoncellista Stephanie Winters- © Libertà/Eleonora Bagarotti
Secondo il New Yorker, non esisterebbe miglior brano per rappresentare tutte le caratteristiche del Folk di “Tom’s Diner” della cantautrice americana Suzanne Vega. Certo, è molto generoso, ma in effetti la canzone è significativamente unica. C’è la descrizione di un quadro di Morningside Heights raccontata in prima persona a un amico. Più nota (e bella) la seconda versione da lei registrata, quella “a cappella”. Ma ne esiste una precedente, con chitarra e pianoforte, che divenne famosa nel 1990 dopo la ripresa del gruppo trip-hop britannico Dna in un remix azzeccatissimo.
Il locale del brano in questione divenne poi famoso grazie a “Seinfeld” e un tecnico del suono usò la voce di Vega come cavia per le tecniche di compressione che avrebbero poi portato al formato Mp3.
Il locale del brano in questione divenne poi famoso grazie a “Seinfeld” e un tecnico del suono usò la voce di Vega come cavia per le tecniche di compressione che avrebbero poi portato al formato Mp3.
È tanta roba, Suzanne...
«L’inizio di una storia lunga e unica, che mi ha portato sino a qui e che affronto con serenità. In questo tour, propongo “Tom’s Diner” in versione rap: mi piace cantarla e piace anche al pubblico».
«L’inizio di una storia lunga e unica, che mi ha portato sino a qui e che affronto con serenità. In questo tour, propongo “Tom’s Diner” in versione rap: mi piace cantarla e piace anche al pubblico».
In questi concerti non mancano gli omaggi ai due mentori che l’hanno condotta a “Tom’s Diner”: Lou Reed e Bob Dylan.
«Ho scritto la mia prima canzone a 14 anni e loro erano i miei punti di riferimento. Ho amato moltissimo Lou Reed e la sua poetica, il suo minimalismo... i suoi testi sono profondamente newyorkesi eppure abbracciano il mondo. Bob Dylan è il mio idolo... voglio dire, è il mentore di tutti! Una volta, in Norvegia, ho aperto un suo concerto. Alla fine sono andata a salutarlo in camerino e gli ho detto “È stato un grande onore, per me”. Lui mi ha risposto “Voglio rivederti ancora”. Non è successo, ma di sicuro, se volesse, sa dove trovarmi».
«Ho scritto la mia prima canzone a 14 anni e loro erano i miei punti di riferimento. Ho amato moltissimo Lou Reed e la sua poetica, il suo minimalismo... i suoi testi sono profondamente newyorkesi eppure abbracciano il mondo. Bob Dylan è il mio idolo... voglio dire, è il mentore di tutti! Una volta, in Norvegia, ho aperto un suo concerto. Alla fine sono andata a salutarlo in camerino e gli ho detto “È stato un grande onore, per me”. Lui mi ha risposto “Voglio rivederti ancora”. Non è successo, ma di sicuro, se volesse, sa dove trovarmi».
Suzanne, è un piacere rivederla qui a Carpi, in palco con Gerry Leonard e Stephanie Winters. Mi ha sempre colpito la sua timidezza, e nonostante questo, la sua capacità di condivisione con il pubblico.
«Lo ammetto, sto molto bene da sola tra i miei pensieri, leggendo o andando a passeggiare. Ma credo di avere sempre avuto il desiderio di stare su un palcoscenico. Avevo 4 anni la prima volta che ne ho visto uno e il mio primo ricordo è che mi sono detta “Voglio salire su quel legno e stare sotto a quelle luci!” A distanza di anni, ne ho compreso il motivo: è il luogo dove esprimere me stessa e soprattutto dare una forma alle emozioni, cosa che per me è sempre stata molto difficile. Credo di essere neurodivergente, spesso gli artisti lo sono. La musica è stata la salvezza».
«Lo ammetto, sto molto bene da sola tra i miei pensieri, leggendo o andando a passeggiare. Ma credo di avere sempre avuto il desiderio di stare su un palcoscenico. Avevo 4 anni la prima volta che ne ho visto uno e il mio primo ricordo è che mi sono detta “Voglio salire su quel legno e stare sotto a quelle luci!” A distanza di anni, ne ho compreso il motivo: è il luogo dove esprimere me stessa e soprattutto dare una forma alle emozioni, cosa che per me è sempre stata molto difficile. Credo di essere neurodivergente, spesso gli artisti lo sono. La musica è stata la salvezza».
Parliamo di “Luka”, una sua celebre canzone che parla di abusi infantili. Solo di recente, lei ha confessato: “Luka sono io!”.
«Ci ho messo anni perché non è un percorso semplice. Oggi si parla molto di più di questo tema. Quand’ero giovane, c’era da un lato il bisogno di raccontare ma dall’altro la mia paura di farlo in modo diretto, anche perché ero molto legata alla mia famiglia. Oggi sono contenta di averlo dichiarato e, prima, di averne parlato attraverso un personaggio nella canzone perché - e questo l’ho sempre pensato - è qualcosa che bisogna assolutamente fare, anche per aiutare altre vittime».
«Ci ho messo anni perché non è un percorso semplice. Oggi si parla molto di più di questo tema. Quand’ero giovane, c’era da un lato il bisogno di raccontare ma dall’altro la mia paura di farlo in modo diretto, anche perché ero molto legata alla mia famiglia. Oggi sono contenta di averlo dichiarato e, prima, di averne parlato attraverso un personaggio nella canzone perché - e questo l’ho sempre pensato - è qualcosa che bisogna assolutamente fare, anche per aiutare altre vittime».
Ognuno di noi è circondato da angeli: lo canta nel suo nuovo album “Flying with Angels”. Un’immagine che rimanda al film di Wenders?
«Sì, è come nel film “Il cielo sopra Berlino”. Mi colpì molto e talvolta mi è capitato di avere come la stessa sensazione... può essere un libro che cade da solo e reca un messaggio, un farfalla bianca o una piuma che scende mentre stiamo pregando sulla tomba di un nostro caro o anche solo una presenza che non vediamo, ma percepiamo... Non è solo questo, però: angelo è chi, in questa vita, si prende cura di chi è più fragile. L’album lo dedico a loro. Ho voluto parlare dei caregiver, dei sopravvissuti, delle presenze misteriose che benedicono i più fragili. Non so se sia propriamente una questione di fede in senso religioso. Direi, piuttosto, che si tratti di fede nella bontà. E nella musica».
«Sì, è come nel film “Il cielo sopra Berlino”. Mi colpì molto e talvolta mi è capitato di avere come la stessa sensazione... può essere un libro che cade da solo e reca un messaggio, un farfalla bianca o una piuma che scende mentre stiamo pregando sulla tomba di un nostro caro o anche solo una presenza che non vediamo, ma percepiamo... Non è solo questo, però: angelo è chi, in questa vita, si prende cura di chi è più fragile. L’album lo dedico a loro. Ho voluto parlare dei caregiver, dei sopravvissuti, delle presenze misteriose che benedicono i più fragili. Non so se sia propriamente una questione di fede in senso religioso. Direi, piuttosto, che si tratti di fede nella bontà. E nella musica».









