Raffaella Fanelli racconta l'omicidio di Mino Pecorelli con testimonianze inedite

Nel podcast della serie "Storie nere" su Liberta.it firmato da chi ha fatto riaprire il caso con la sua inchiesta

Claudia Labati
|9 ore fa
Mino Pecorelli© ANSA
Mino Pecorelli© ANSA
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C’è una pistola nell’ufficio reperti del tribunale di Milano. Non è in un museo, non è in una teca. È catalogata come corpo di reato, fredda e numerata, e aspetta da quasi cinquant’anni una perizia che potrebbe collegarla ai quattro colpi di calibro 7.65 esplosi in via Orazio, a Roma, il 20 marzo 1979. Quattro colpi che uccisero Carmine “Mino” Pecorelli, giornalista scomodo, direttore dell’Osservatorio Politico, uomo che sapeva troppe cose su troppa gente.
Con la stessa lucidità e la stessa determinazione già messe in campo nel podcast sul caso Orlandi, Raffaella Fanelli torna per Editoriale Libertà con “Mino Pecorelli: l’omicidio di un giornalista”, e lo fa con un materiale ancora più esplosivo tra le mani. Qui non c’è solo una verità negata: c’è una verità attivamente sepolta. Fanelli lo dimostra pezzo per pezzo, con la pazienza di chi conosce bene il peso degli archivi e il silenzio di certi fascicoli.
Pecorelli non era un cronista qualsiasi: era infiltrato nella P2, ne era uscito con una lettera al vetriolo a Licio Gelli, e indagava su servizi segreti deviati, dossier riservati, connessioni opache tra potere politico e apparati militari. Il podcast ricostruisce le ore prima dell’omicidio attraverso testimonianze dirette e inedite: un visitatore misterioso mai identificato, una borsa di cuoio sparita dalla scena del crimine, un carabiniere che ricorda tutto ma non ha mai testimoniato per paura, e un’agenda scomparsa che potrebbe raccontare molto più di quanto si voglia ammettere.
Ascoltiamo un passaggio audio da pelle d’oca, in cui Andrea Pecorelli, figlio del giornalista ucciso, ragiona ad alta voce sulla borsa scomparsa: sostiene che, con cinquanta persone attorno all’auto del padre, qualcuno che aprì quella portiera e prese la borsa lo fece necessariamente alla luce del sole. E che se sul verbale della notte non ne è rimasta traccia, non si tratta di una svista bensi’ si tratta di collusione. Poche frasi, dette con la calma di chi non puo’ dimenticare, che valgono più di molte sentenze.
Il filo che emerge e che Fanelli tira con rigore collega l’omicidio Pecorelli alla P2, ad Avanguardia Nazionale, ai NAR, e in controluce alla strage di Bologna. Le indagini sulla sua morte, riaperte nel 2019 dalla procura di Roma, risultano a tutt’oggi ferme. Giacenti, nel lessico giudiziario. Un termine che, ascoltato dalla voce del figlio Andrea, suona come uno schiaffo.
Fanelli non si limita a raccontare: interpella testimoni, recupera interviste che potrebbero non avere un seguito (come quella a Vincenzo Vinciguerra, neofascista che conosce la storia dell’arma) e lascia risuonare il silenzio delle istituzioni come un elemento narrativo a sé. Il risultato è un podcast che va ascoltato con la stessa attenzione di un atto giudiziario: ogni dettaglio conta, ogni reticenza parla.
Un giornalista è stato ucciso perché sapeva. Quasi mezzo secolo dopo, chi indaga su chi lo ha ucciso fatica ancora a essere ascoltato. Raffaella Fanelli ha scelto di non fare finta di niente.
LA BIOGRAFIA
Carmine “Mino” Pecorelli nasce a Sessano del Molise nel 1928. Giornalista di professione e per vocazione, nel 1969 fonda l’agenzia di stampa OP - Osservatorio Politico - che diventa rapidamente uno strumento temuto nei palazzi del potere romano. OP non è un giornale qualsiasi: circola in ambienti riservati, pubblica notizie che altri non osano toccare, mescola inchiesta giornalistica e intelligence con una disinvoltura che fa capire quanto Pecorelli fosse inserito in certi circuiti.
Per un periodo Pecorelli è iscritto alla loggia massonica P2 di Licio Gelli, ma ne esce in rottura aperta, con una lettera di fuoco che gli procura nemici potenti e duraturi. Negli anni Settanta si muove in un’Italia percorsa dalla strategia della tensione: scrive di servizi segreti, di dossier riservati, del generale Pietro Musumeci - iscritto alla P2 e in seguito condannato per il depistaggio sulle indagini della strage di Bologna - e di Roberto Calvi, il banchiere di Dio la cui fine resterà anch’essa un nodo irrisolto.
Il 20 marzo 1979 Pecorelli viene ucciso a Roma in via Orazio, colpito da quattro proiettili calibro 7.65 mentre è seduto nella sua auto. Ha 51 anni. La mattina di quel giorno aveva incontrato il magistrato Luciano Infelisi, portando con sé materiale su Avanguardia Nazionale. Nel pomeriggio aveva ricevuto in redazione una persona mai identificata. La sua agenda sparisce quella stessa notte dalla scena del crimine, insieme alla borsa in cui probabilmente si trovava.Le indagini si trascinano per decenni tra processi, assoluzioni e condanne poi ribaltate. Giulio Andreotti viene rinviato a giudizio come mandante, condannato in primo grado, poi assolto definitivamente. Il caso non ha mai trovato una verità giudiziaria definitiva sui mandanti. Nel 2019 la procura di Roma riapre il fascicolo: le indagini risultano ancora oggi sostanzialmente ferme, in attesa che vengano sentiti testimoni chiave ancora in vita. Pecorelli muore per quello che stava per pubblicare. Una regola antica del giornalismo d’inchiesta, che nel suo caso è costata tutto.