Saramago, il lutto e una pizza gourmet ma l’ego è di troppo

“Le intermittenze della morte” mescola filosofia e politica con una bizzarra deriva “rom-com” (tipo la saga Twilight)

Cecilia Pizzaghi
|3 ore fa
Saramago, il lutto e una pizza gourmet ma l’ego è di troppo
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Interno sera. Siamo in un pub, tra amici un po’ alticci. Bere l’ultima o ritirarsi per la notte? Nell’indecisione, qualcuno getta sul tavolo una domanda sul senso della vita, su che fine faranno i nostri voli low cost quest’estate, oppure su “che cosa succederebbe se si smettesse di morire”. Il primo commensale rivolge un pensiero alle persone in fin di vita: incidentali, malati terminali, anziani allettati; rimarrebbero congelati nella propria tragica condizione.
Il tizio alla sua destra comincia a ragionare sulla condizione post-apocalittica in cui, in breve tempo, verserebbero gli ospedali, totalmente privati del ricircolo di pazienti. Poi qualcuno con una laurea in filosofia o scienze politiche inizia a divagare, a immaginarsi gli ospizi, ma anche le imprese funebri, e quindi attacca a parlare di religione e politica. Tutte le istituzioni che restano in vigore grazie alla paura della morte, al diritto alla morte, alla ricompensa dopo la morte, dovrebbero quantomeno adattarsi, reinventarsi, per continuare a essere. Più o meno, questo grande volo pindarico, questa elucubrazione mentale condivisa, è ciò che mi immagino abbia dato vita a “Le intermittenze della morte” di José Saramago. C’è un Paese senza nome e un nuovo anno, non ben identificato, alle porte. A mezzanotte, senza annunci e senza spiegazioni, la morte smette di lavorare: da quel momento nessuno muore. All’inizio è una festa collettiva, quasi patriottica, dopo non molto, arriva il conto: gli ospedali si riempiono di corpi che non guariscono e non muoiono, le case di riposo diventano magazzini di vecchiaia senza uscita, le imprese funebri falliscono e la Chiesa si trova improvvisamente senza l’argomento principale delle proprie teorie.
Qualcuno intuisce che attraversando il confine, si ritorna immediatamente a morire. E allora nasce un traffico clandestino di moribondi: una specie di turismo della fine, organizzato con efficienza criminale. La morte, cacciata dalla porta, rientra dalla frontiera. Dopo sette mesi, quando il caos è diventato sistema, la morte decide di tornare. Ma lo fa con una cortesia quasi burocratica: manda lettere viola con una settimana di anticipo per avvisare dell’imminente spirare. Un preavviso, come un licenziamento, che crea ansia, ma anche stabilità. Tutto sembra tornare alla normalità, gli ingranaggi sembrano ben oliati e funzionanti, ma stavolta è la morte a essere al centro di una disfunzione: una lettera non arriva mai a destinazione, continua a tornare indietro. Il destinatario è un violoncellista qualunque, uno che vive in silenzio, in compagnia del suo cane e di Bach. E la morte, incuriosita, decide di presentarsi di persona. Così, in questo avvicendarsi di capitoli che sembrano saggi e altri che sembrano sketch dei Monty Python, “Le intermittenze della morte” si sviluppa un romanzo che può essere descritto in svariati modi e capace di suscitare le reazioni più disparate.
C’è chi lo trova drammaticamente pesante, chi spassosissimo, chi inquietante, chi commovente, chi politico, chi romantico. Per me, è un po’ il corrispettivo di un film di Bong Joon Ho: ci ho visto dentro tutto e il contrario di tutto, mi ha convinta che i sentimenti contrastanti scatenati a ogni pagina siano voluti, studiati e architettati al millimetro (del resto, c’è un premio Nobel di mezzo), e l’ho trovato così bizzarro, da essere un libro degno di nota già dai primi paragrafi. Devo individuare un difetto? Eccomi qui per esporvene ben due. Il primo aspetto che (dall’alto del mio possedere zero titoli e credenziali per giudicare il lavoro di una delle più prestigiose penne mondiali) mi ha fatto arricciare il naso è una specie di schizofrenia di cui soffre il libro. E non parlo dei leggeri sbalzi d’umore tra un genere e l’altro, un mood e l’altro, uno stile e l’altro.
Mi riferisco alla brutale virata che il romanzo prende poco oltre la metà: dopo pagine e pagine di elucubrazioni sulle conseguenze dell’assenza della morte, ecco che prende il via una mezza rom-com che con la sua personificazione della morte ricorda il Brad Pitt di “Ti presento Joe Black”, ma anche un mezzo stalker/Edward Cullen in “Twiligh” (sì, sta succedendo davvero, state leggendo un paragone tra José Saramago e Stephenie Meyer!). E qui la seconda nota dolente. Saramago è uno di quegli autori “intoccabili”, posti sull’olimpo della letteratura e mai messi in discussione. E attenzione, ho trovato geniale sia il concept di fondo, sia l’analisi da diverse prospettive e punti di vista, sia la non troppo velata critica alla politica e alla religione, sia lo stile (che per molti risulta osticissimo), privo di punteggiatura eppure ritmatissimo. Trovo “Le intermittenze della morte” un romanzo profondo e affascinante. Tuttavia, durante tutte le sue 250 e passa pagine, ho avuto la costante sensazione che si ha davanti a un appuntamento o un colloquio con qualcuno che se la crede un po’ troppo. Qualcuno che usa le parole più complesse del suo vocabolario per farti notare quanto è bello, intelligente, brillante, e, in sostanza, speciale. Sarà che sono figlia della mia epoca, che sono un bilancia ascendente cancro, che da sempre sto dalla parte degli underdog, ma trovo che non ci sia nulla di più speciale di chi non sa di esserlo. È la grande differenza tra ego e quella che oggi chiamiamo aura. Per capirci, per me se “Le intermittenze della morte” fosse una pizza sarebbe una pizza con fiori di zucca, scampi, olio aromatizzato al lime e scaglie di menta. Una pizza raffinata, dagli ingredienti premium e ben abbinati, ma che ci crede davvero, davvero, davvero troppo. A volte, si gradisce di più una prosciutto e funghi.