"Schiavo d'amore" è un grande classico e vi spiego il perché
Il romanzo di William Somerset Maugham, se fosse una pizza sarebbe dolceamara e gustosa con salsiccia, friarelli e noci
Cecilia Pizzaghi
|1 ora fa

Che caratteristiche deve avere un romanzo per essere considerato un grande classico?
Nessuno metterà di certo in dubbio che un classico debba trattare i temi fondamentali dell’esperienza umana: identità, crescita, amore, morte, potere, giustizia. Temi su cui chiunque, in qualunque luogo e in qualunque epoca, può voler riflettere.
Poi, i personaggi dovrebbero essere tratteggiati con una certa profondità. Non possono essere semplici “tipi”, ma individui complessi, che hanno un’evoluzione data dalle proprie contraddizioni e conflitti interiori (più che esteriori, sennò ci fermeremmo al grado di romanzo di formazione).
Se poi dovessimo trovare una conditio sine qua non, sarebbe la qualità stilistica. La forma non è solo un mezzo, ma spesso i classici introducono innovazioni, portano la lingua a un nuovo livello, sorpassano e rendono datati chi li ha preceduti.
Allo stesso modo, i classici devono aver influenzato anche la cultura, introducendo archetipi e nuove idee, sdoganando dogmi e opinioni.
Ed è così che un classico riesce a resistere al tempo. Continua a essere letto, studiato e reinterpretato anche a distanza di secoli, perché riesce a parlare a contesti sempre nuovi, andando a toccare corde sensibili, argomenti quasi atavici dell’essere umano.
Più che atavico, l’elemento su cui si basa il romanzo di cui vi parlo questa settimana è un tema che per molti rimane inconscio, nonostante sia comunissimo: l’incapacità di farsi amare.
E allora vogliamo verificare insieme se “Schiavo d’amore” di William Somerset Maugham abbia tutte le altre carte in regola per essere categorizzato come classico?
Partiamo dai temi trattati. Parla - ça va sans dire - di amore, ma anche di morte, potere e giustizia: racconta infatti la storia di Philip, da quando, già orfano di padre, perde anche la madre a sette anni. Philip, nato con un piede equino, si ritrova a zoppicare verso la casa degli zii, due anziani senza figli, avidi e religiosissimi, che sembrano tollerarlo, più che amarlo.
Vorreste forse dubitare quindi della profondità della costruzione dei personaggi in “Schiavo d’amore”? Philip è un gomitolo di contraddizioni, la cui parabola narrativa è un continuo salire e scendere; ora spinto dall’obbedienza - allo zio, alla religione, alle norme sociali per essere accettato dai coetanei -, ora dominato dai suoi desideri e dalle sue pulsioni - di libertà, di autodeterminazione, ma, soprattutto, di affetto.
Philip studia, cambia città, cambia ambizioni: prima la carriera ecclesiastica, poi il commercio, poi l’arte a Parigi, poi la medicina a Londra. Ogni volta sembra la strada giusta, ma ogni volta non basta. Perché il problema non è cosa fare, ma che vuoto riempire.
Passiamo allo stile: Maugham, in apparenza, scrive in modo semplice, chiaro, lineare, senza ornamenti inutili. Le frasi scorrono senza farsi notare, come se il linguaggio volesse sparire per lasciare spazio alla storia. Non cerca effetti spettacolari, non indulge in sperimentalismi. Eppure, riga dopo riga, ha messo insieme un bel mattone di quasi 700 pagine, ricchissimo di riferimenti a opere d’arte e letterarie; incastonato di riflessioni sul senso della fede, dell’arte, della medicina e, in generale, della vita. Sembra quindi che il contenuto, per Maugham, sia più importante della forma. Non è forse una novità questo, per un romanziere dei primi del ‘900?
Ma la vera innovazione culturale di “Schiavo d’amore” è il modo in cui sono tratteggiati i personaggi, i loro desideri, le loro debolezze e illusioni. Maugham non li giudica apertamente, ma li mette in scena in modo tale che il lettore capisca da solo. Con un’ironia sottile, a volte amara, smonta le pretese dei personaggi senza bisogno di dichiarazioni esplicite.
La storia di Philip è triste, malinconica, cadenzata da delusioni dopo delusioni. Philip stesso è un personaggio estremamente moderno e complesso, che non ha nulla di eroico. È vittima di traumi che gli hanno imposto una profonda insicurezza, ma gli hanno stimolato anche una grande sensibilità.
Quasi come un venti-trentenne di oggi, è un ragazzo fragile e volubile, che non riesce a capire ciò che vuole, che sembra scappare a gambe levate da chiunque gli dimostri affetto, nonostante lo ricerchi spasmodicamente, e che rimane impantanato in una relazione tossica con una cameriera.
Mildred non è bella, non è intelligente, non è nemmeno gentile. Ed è esattamente il tipo di persona che, se hai fame d’amore, ti può distruggere. Philip infatti se ne innamora subito, e, quel che è peggio, decide di abbandonarsi totalmente a questo sentimento irrazionale. Si sottomette a questa relazione, convinto di non poter fare altrimenti. Perde tempo, occasioni, soldi, dignità.
Ed è con la messa in scena di una specie di tragedia dei limiti umani, che Maugham diventa senza tempo. Un mattone di 700 pagine non è poi così male, se confrontato a migliaia di euro di terapia: “Schiavo d’amore” infatti è il perfetto esempio di un meccanismo drammaticamente comune, ma difficile da disinnescare.
Come tanti tra noi comuni mortali, Philip sceglie Mildred perché convinto di meritarsi una donna banale, ignorante, crudele all’inverosimile. Proietta su di lei i fantasmi della sua solitudine e della sua non conformità (non solo fisica, data dal piede, ma anche economica, sociale, culturale, emotiva).
Solo quando tutto sembra non poter andare peggio, i meccanismi inconsci di Philip crollano. Quando, dopo tre cambi di studi accademici e altrettanti tira e molla devastanti (letteralmente) con Mildred, si ritrova senza un soldo, costretto ad abbandonare l’ennesimo percorso di laurea, senza un posto dove stare, Philip impara ad accettare l’affetto sincero e incondizionato di una famiglia altrettanto non convenzionale quanto lui.
Quello che resta, dopo che in “Schiavo d’amore” le grandi passioni vengono ridimensionate e gli ideali messi alla prova, è qualcosa di più modesto, ma anche più vero. Un insegnamento sull’accettare e l’accettarsi che non ha nulla da invidiare ai romanzi sperimentali contemporanei che hanno al centro identità, affetto, famiglia e sessualità.
“Schiavo d’amore” non godrà certo della fama di “Anna Karenina”, “Il Conte di Montecristo” o “David Copperfield”, eppure, dopo più di un secolo, è ancora una gran pizza salsiccia, friarielli e noci: dolce e amara, bella carica e gustosa, ma, soprattutto, che non passa mai di moda.
Nessuno metterà di certo in dubbio che un classico debba trattare i temi fondamentali dell’esperienza umana: identità, crescita, amore, morte, potere, giustizia. Temi su cui chiunque, in qualunque luogo e in qualunque epoca, può voler riflettere.
Poi, i personaggi dovrebbero essere tratteggiati con una certa profondità. Non possono essere semplici “tipi”, ma individui complessi, che hanno un’evoluzione data dalle proprie contraddizioni e conflitti interiori (più che esteriori, sennò ci fermeremmo al grado di romanzo di formazione).
Se poi dovessimo trovare una conditio sine qua non, sarebbe la qualità stilistica. La forma non è solo un mezzo, ma spesso i classici introducono innovazioni, portano la lingua a un nuovo livello, sorpassano e rendono datati chi li ha preceduti.
Allo stesso modo, i classici devono aver influenzato anche la cultura, introducendo archetipi e nuove idee, sdoganando dogmi e opinioni.
Ed è così che un classico riesce a resistere al tempo. Continua a essere letto, studiato e reinterpretato anche a distanza di secoli, perché riesce a parlare a contesti sempre nuovi, andando a toccare corde sensibili, argomenti quasi atavici dell’essere umano.
Più che atavico, l’elemento su cui si basa il romanzo di cui vi parlo questa settimana è un tema che per molti rimane inconscio, nonostante sia comunissimo: l’incapacità di farsi amare.
E allora vogliamo verificare insieme se “Schiavo d’amore” di William Somerset Maugham abbia tutte le altre carte in regola per essere categorizzato come classico?
Partiamo dai temi trattati. Parla - ça va sans dire - di amore, ma anche di morte, potere e giustizia: racconta infatti la storia di Philip, da quando, già orfano di padre, perde anche la madre a sette anni. Philip, nato con un piede equino, si ritrova a zoppicare verso la casa degli zii, due anziani senza figli, avidi e religiosissimi, che sembrano tollerarlo, più che amarlo.
Vorreste forse dubitare quindi della profondità della costruzione dei personaggi in “Schiavo d’amore”? Philip è un gomitolo di contraddizioni, la cui parabola narrativa è un continuo salire e scendere; ora spinto dall’obbedienza - allo zio, alla religione, alle norme sociali per essere accettato dai coetanei -, ora dominato dai suoi desideri e dalle sue pulsioni - di libertà, di autodeterminazione, ma, soprattutto, di affetto.
Philip studia, cambia città, cambia ambizioni: prima la carriera ecclesiastica, poi il commercio, poi l’arte a Parigi, poi la medicina a Londra. Ogni volta sembra la strada giusta, ma ogni volta non basta. Perché il problema non è cosa fare, ma che vuoto riempire.
Passiamo allo stile: Maugham, in apparenza, scrive in modo semplice, chiaro, lineare, senza ornamenti inutili. Le frasi scorrono senza farsi notare, come se il linguaggio volesse sparire per lasciare spazio alla storia. Non cerca effetti spettacolari, non indulge in sperimentalismi. Eppure, riga dopo riga, ha messo insieme un bel mattone di quasi 700 pagine, ricchissimo di riferimenti a opere d’arte e letterarie; incastonato di riflessioni sul senso della fede, dell’arte, della medicina e, in generale, della vita. Sembra quindi che il contenuto, per Maugham, sia più importante della forma. Non è forse una novità questo, per un romanziere dei primi del ‘900?
Ma la vera innovazione culturale di “Schiavo d’amore” è il modo in cui sono tratteggiati i personaggi, i loro desideri, le loro debolezze e illusioni. Maugham non li giudica apertamente, ma li mette in scena in modo tale che il lettore capisca da solo. Con un’ironia sottile, a volte amara, smonta le pretese dei personaggi senza bisogno di dichiarazioni esplicite.
La storia di Philip è triste, malinconica, cadenzata da delusioni dopo delusioni. Philip stesso è un personaggio estremamente moderno e complesso, che non ha nulla di eroico. È vittima di traumi che gli hanno imposto una profonda insicurezza, ma gli hanno stimolato anche una grande sensibilità.
Quasi come un venti-trentenne di oggi, è un ragazzo fragile e volubile, che non riesce a capire ciò che vuole, che sembra scappare a gambe levate da chiunque gli dimostri affetto, nonostante lo ricerchi spasmodicamente, e che rimane impantanato in una relazione tossica con una cameriera.
Mildred non è bella, non è intelligente, non è nemmeno gentile. Ed è esattamente il tipo di persona che, se hai fame d’amore, ti può distruggere. Philip infatti se ne innamora subito, e, quel che è peggio, decide di abbandonarsi totalmente a questo sentimento irrazionale. Si sottomette a questa relazione, convinto di non poter fare altrimenti. Perde tempo, occasioni, soldi, dignità.
Ed è con la messa in scena di una specie di tragedia dei limiti umani, che Maugham diventa senza tempo. Un mattone di 700 pagine non è poi così male, se confrontato a migliaia di euro di terapia: “Schiavo d’amore” infatti è il perfetto esempio di un meccanismo drammaticamente comune, ma difficile da disinnescare.
Come tanti tra noi comuni mortali, Philip sceglie Mildred perché convinto di meritarsi una donna banale, ignorante, crudele all’inverosimile. Proietta su di lei i fantasmi della sua solitudine e della sua non conformità (non solo fisica, data dal piede, ma anche economica, sociale, culturale, emotiva).
Solo quando tutto sembra non poter andare peggio, i meccanismi inconsci di Philip crollano. Quando, dopo tre cambi di studi accademici e altrettanti tira e molla devastanti (letteralmente) con Mildred, si ritrova senza un soldo, costretto ad abbandonare l’ennesimo percorso di laurea, senza un posto dove stare, Philip impara ad accettare l’affetto sincero e incondizionato di una famiglia altrettanto non convenzionale quanto lui.
Quello che resta, dopo che in “Schiavo d’amore” le grandi passioni vengono ridimensionate e gli ideali messi alla prova, è qualcosa di più modesto, ma anche più vero. Un insegnamento sull’accettare e l’accettarsi che non ha nulla da invidiare ai romanzi sperimentali contemporanei che hanno al centro identità, affetto, famiglia e sessualità.
“Schiavo d’amore” non godrà certo della fama di “Anna Karenina”, “Il Conte di Montecristo” o “David Copperfield”, eppure, dopo più di un secolo, è ancora una gran pizza salsiccia, friarielli e noci: dolce e amara, bella carica e gustosa, ma, soprattutto, che non passa mai di moda.

