Simo diventati tutti dei Tamagotchi
Abbiamo app che ci dicono se il sonno è stato ristoratore, ci ricordano di bere, ci dicono che ogni tanto devi meditare a fare mindfulness...
Anna Morando
|2 ore fa

Tamagotchi© ANSA
Bentornati cari amici lettori, ormai ci conosciamo bene.
Tra odi et amo, ci ritroviamo qui, ogni settimana con questo appuntamento fisso, a volte terapeutico. Piu economico della terapia, meno efficace, ma spero comunque utile.
Oggi voglio parlare di come siamo diventati dei Tamagotchi viventi. Lo so, questa parola forse farà scendere qualche lacrimuccia: il suono dei tasti, l’ansia di nutrirlo, la tragedia emotiva di quando passava a miglior vita perchè era rimasto tre giorni nello zaino della scuola.
Siamo una generazione nostalgica, che ama e ricorda con malinconia un’infanzia meravigliosa passata tra cartoni che rispetto a quelli di oggi sembravano produzioni candidate agli Oscar.
Cartoni con valori, pieni di passione e speranza. Forse anche troppa, visto che siamo cresciuti convinti che a trent’anni avremmo avuto una casa enorme, una bella famiglia, un cane e il lavoro dei sogni. E invece eccoci qui, con la batteria sociale al 2% e che, l’unica cosa che possediamo davvero è la nostra ansia sociale.
Nemmeno il telefono è nostro, lo prendiamo a rate.
Ormai siamo circondati da app che ci dicono quanto abbiamo dormito, siamo Tamagotchi viventi, solo più stressati e con abbonamenti a qualsiasi tipo di app.
Abbiamo app che ci dicono se il sonno è stato ristoratore, ci ricordano di bere, ci dicono che ogni tanto devi meditare e fare mindfulness. Manca solo la notifica del “complimenti! Oggi nessun crollo emotivo!”
Prima come si faceva? Se dormivo male, mi sentivo uno straccio il giorno dopo. Fine della diagnosi. Adesso mi sento comunque uno schifo, l’app conferma solo la mia teoria. E mi sento più compresa.
Poi ci sono gli smartwatch. Vedo gente che all’improvviso si alza e cammina un minuto, perchè l’orologio gli dice che deve farlo, troppo tempo seduti non va bene. Non ascoltiamo più il corpo, ma ascoltiamo un quadratino che decide per noi, scannerizzando il nostro polso.
Che se ci pensi, è assurdo che una notifica debba ricordarci di bere!
Questa tecnologia da un lato ci aiuta, ci controlliamo di più, prestiamo attenzione alla salute e cerchiamo equilibrio. Dall’altro però, sembriamo costantemente in manutenzione dal meccanico.
Abbiamo cosi tanti strumenti per stare meglio che monitoriamo anche il relax, non ci riposiamo più, ma ottimizziamo il recupero.
Come tutte le cose, bisogna trovare equilibrio. Se un giorno il mio orologio mi dicesse anche quando avere una crisi esistenziale, preferirei tornare al tamagotchi, lui almeno chiedeva solo da mangiare.
Tra odi et amo, ci ritroviamo qui, ogni settimana con questo appuntamento fisso, a volte terapeutico. Piu economico della terapia, meno efficace, ma spero comunque utile.
Oggi voglio parlare di come siamo diventati dei Tamagotchi viventi. Lo so, questa parola forse farà scendere qualche lacrimuccia: il suono dei tasti, l’ansia di nutrirlo, la tragedia emotiva di quando passava a miglior vita perchè era rimasto tre giorni nello zaino della scuola.
Siamo una generazione nostalgica, che ama e ricorda con malinconia un’infanzia meravigliosa passata tra cartoni che rispetto a quelli di oggi sembravano produzioni candidate agli Oscar.
Cartoni con valori, pieni di passione e speranza. Forse anche troppa, visto che siamo cresciuti convinti che a trent’anni avremmo avuto una casa enorme, una bella famiglia, un cane e il lavoro dei sogni. E invece eccoci qui, con la batteria sociale al 2% e che, l’unica cosa che possediamo davvero è la nostra ansia sociale.
Nemmeno il telefono è nostro, lo prendiamo a rate.
Ormai siamo circondati da app che ci dicono quanto abbiamo dormito, siamo Tamagotchi viventi, solo più stressati e con abbonamenti a qualsiasi tipo di app.
Abbiamo app che ci dicono se il sonno è stato ristoratore, ci ricordano di bere, ci dicono che ogni tanto devi meditare e fare mindfulness. Manca solo la notifica del “complimenti! Oggi nessun crollo emotivo!”
Prima come si faceva? Se dormivo male, mi sentivo uno straccio il giorno dopo. Fine della diagnosi. Adesso mi sento comunque uno schifo, l’app conferma solo la mia teoria. E mi sento più compresa.
Poi ci sono gli smartwatch. Vedo gente che all’improvviso si alza e cammina un minuto, perchè l’orologio gli dice che deve farlo, troppo tempo seduti non va bene. Non ascoltiamo più il corpo, ma ascoltiamo un quadratino che decide per noi, scannerizzando il nostro polso.
Che se ci pensi, è assurdo che una notifica debba ricordarci di bere!
Questa tecnologia da un lato ci aiuta, ci controlliamo di più, prestiamo attenzione alla salute e cerchiamo equilibrio. Dall’altro però, sembriamo costantemente in manutenzione dal meccanico.
Abbiamo cosi tanti strumenti per stare meglio che monitoriamo anche il relax, non ci riposiamo più, ma ottimizziamo il recupero.
Come tutte le cose, bisogna trovare equilibrio. Se un giorno il mio orologio mi dicesse anche quando avere una crisi esistenziale, preferirei tornare al tamagotchi, lui almeno chiedeva solo da mangiare.

