Simon Phillips, dal Dixieland ai Toto, dagli 801 agli Who: «Purtroppo oggi la tecnica vince sullo stile»
Intervista a uno dei più grandi batteristi viventi, che ha suonato ogni genere musicale, tiene masterclass e andrà in tournée

Eleonora Bagarotti
|1 ora fa

Il batterista Simon Phillips
Simon Phillips è uno dei batteristi più trasversali e stimati in ogni ambito musicale, ad ogni livello. Ed è un gentleman della musica, ambiente dove non sempre si riscontra la sua stessa amabilità. «Immagino di essere stato il più giovane batterista londinese... - racconta -. E il motivo è che mio padre mi ha chiamato, quando avevo 12 anni, a suonare nella sua jazz band di Dixieland, una delle prime in Inghilterra, che lui aveva fondato negli anni Venti. Da quel momento, quando sono salito in palcoscenico a suonare, l’ho sempre fatto da professionista».
Simon Phillips non ha mai più lasciato le bacchette. I suoi progetti sono innumerevoli. Intanto, nelle scorse settimane ha tenuto alcune masterclass in Italia. Poi, ha pubblicato il doppio album live “Simon Phillips & Protocol V. Live Sessions Double Vinyl”, «un progetto a cui tengo molto, con Otmaro Ruiz alle tastiere, Ernest Tibbs al basso, Alex Sill alla chitarra e Jacob Scesney al sax». Infine, si trova in tournée: dopo alcune date in Giappone, girerà gli Stati Uniti (con ben quattro serate al Blue Note di New York).
Simon Phillips non ha mai più lasciato le bacchette. I suoi progetti sono innumerevoli. Intanto, nelle scorse settimane ha tenuto alcune masterclass in Italia. Poi, ha pubblicato il doppio album live “Simon Phillips & Protocol V. Live Sessions Double Vinyl”, «un progetto a cui tengo molto, con Otmaro Ruiz alle tastiere, Ernest Tibbs al basso, Alex Sill alla chitarra e Jacob Scesney al sax». Infine, si trova in tournée: dopo alcune date in Giappone, girerà gli Stati Uniti (con ben quattro serate al Blue Note di New York).
Simon Phillips, non sapendo da dove partire, iniziamo da suo padre.
«Mio padre iniziò a suonare in una jazz band prima della guerra, negli Stati Uniti. Quando scoppiò il secondo conflitto mondiale tornò in Inghilterra e non potè, per ovvi motivi, fare musica in quegli anni. Finita la guerra, però, rimise insieme la sua band ed ebbe successo, anche se non andò mai in tournée. In quel periodo, papà aveva difficoltà a trovare batteristi perché molti consideravano il genere di musica che lui faceva un po’ antiquato. Così ingaggiò me. Ero molto giovane ma ero cresciuto con quella musica, quindi sapevo suonarla. Fu però mia madre a convincerlo, a lui un po’ dispiaceva farmi lavorare a quell’età. Alla fine mamma ebbe la meglio e oggi considero quell’esperienza molto formativa, sicuramente fondamentale per il resto della mia carriera. E poi, era divertente girare per la Gran Bretagna, è stata un’adolescenza interessante, la mia (ride, ndr)».
«Mio padre iniziò a suonare in una jazz band prima della guerra, negli Stati Uniti. Quando scoppiò il secondo conflitto mondiale tornò in Inghilterra e non potè, per ovvi motivi, fare musica in quegli anni. Finita la guerra, però, rimise insieme la sua band ed ebbe successo, anche se non andò mai in tournée. In quel periodo, papà aveva difficoltà a trovare batteristi perché molti consideravano il genere di musica che lui faceva un po’ antiquato. Così ingaggiò me. Ero molto giovane ma ero cresciuto con quella musica, quindi sapevo suonarla. Fu però mia madre a convincerlo, a lui un po’ dispiaceva farmi lavorare a quell’età. Alla fine mamma ebbe la meglio e oggi considero quell’esperienza molto formativa, sicuramente fondamentale per il resto della mia carriera. E poi, era divertente girare per la Gran Bretagna, è stata un’adolescenza interessante, la mia (ride, ndr)».

A lei piace, oggi, essere in tournée?
«Mi è sempre piaciuto andare in tournée. Visitare altri Paesi, e non solo suonarvi, serve moltissimo. Io sono un musicista curioso di tutto, amo confrontarmi con altre culture, andare in giro, cogliere le differenze, capire... serve anche a produrre».
«Mi è sempre piaciuto andare in tournée. Visitare altri Paesi, e non solo suonarvi, serve moltissimo. Io sono un musicista curioso di tutto, amo confrontarmi con altre culture, andare in giro, cogliere le differenze, capire... serve anche a produrre».
Torniamo alla dimensione dell’orchestra:è forse stata quella a spingerla a suonare con tanti artisti e band, affrontando generi diversi?
«Prima di tutto, devo dire grazie alla Radio. Quando ero bambino, in Inghilterra, a differenza che negli Stati Uniti, non c’erano canali radio specifici. La radio passava di tutto, ogni genere di musica. Io ero onnivoro di ascolti e lì ho imparato moltissime cose».
«Prima di tutto, devo dire grazie alla Radio. Quando ero bambino, in Inghilterra, a differenza che negli Stati Uniti, non c’erano canali radio specifici. La radio passava di tutto, ogni genere di musica. Io ero onnivoro di ascolti e lì ho imparato moltissime cose».

Quanto è importante, per un musicista, saper ascoltare?
«Tantissimo! Pensi solo alle sperimentazioni degli 801... senza ascolto non si crea sinergia e senza sinergia non si può fare buona musica. L’ho vissuto, soprattutto, nei Toto, che resta probabilmente l’esperienza più importante per me. Ma anche suonando con alcuni jazzisti».
«Tantissimo! Pensi solo alle sperimentazioni degli 801... senza ascolto non si crea sinergia e senza sinergia non si può fare buona musica. L’ho vissuto, soprattutto, nei Toto, che resta probabilmente l’esperienza più importante per me. Ma anche suonando con alcuni jazzisti».
Nei Toto, in effetti, lo spirito di squadra è sempre stato evidente.
«Assolutamente sì, perché la cosa fondamentale non è solo suonare bene. Ogni volta che mi “introducevo” nell’una o nell’altra band, ecco un nuovo musicista e tutto cambia improvvisamente: il fraseggio si muove in modo diverso, le armonie si distribuiscono diversamente...».
«Assolutamente sì, perché la cosa fondamentale non è solo suonare bene. Ogni volta che mi “introducevo” nell’una o nell’altra band, ecco un nuovo musicista e tutto cambia improvvisamente: il fraseggio si muove in modo diverso, le armonie si distribuiscono diversamente...».

Sa che io la vidi suonare, molti anni or sono, sia con gli Who che con Pete Townshend? Mi fece un'ottima impressione! Lei che ricordi ha?
«Stupendi, fantastici! Quando Roger Daltrey mi chiese di suonare con gli Who, il mio pensiero corse a Kenney Jones, che nel frattempo aveva sostituito Keith Moon ed era un amico. “Kenny è già fuori, non preoccuparti” mi assicurò. “Ok, allora!”. Suonare con gli Who è stato fantastico. Ma devo dire che, suonando solo con Pete, lo fu ancora di più. Gli dissi: “Hai scritto brani solisti stupefacenti. Per me sei un genio”. Lui disse: “Non preoccuparti, se suoni i miei brani, ti pago anche se non mi fai sviolinate”. Scherzava, ma Pete, un po’, è davvero così!».
«Stupendi, fantastici! Quando Roger Daltrey mi chiese di suonare con gli Who, il mio pensiero corse a Kenney Jones, che nel frattempo aveva sostituito Keith Moon ed era un amico. “Kenny è già fuori, non preoccuparti” mi assicurò. “Ok, allora!”. Suonare con gli Who è stato fantastico. Ma devo dire che, suonando solo con Pete, lo fu ancora di più. Gli dissi: “Hai scritto brani solisti stupefacenti. Per me sei un genio”. Lui disse: “Non preoccuparti, se suoni i miei brani, ti pago anche se non mi fai sviolinate”. Scherzava, ma Pete, un po’, è davvero così!».
Lei tiene anche masterclass. Come vede il mondo dei giovani batteristi, e musicisti in generale, oggi?
«Oggi ce ne sono di bravissimi, hanno una tecnica pazzesca però sono tutti uguali! Mancano le personalità: Jeff Porcaro, Charlie Watts, Elvin Jones... una volta, sentivi due secondi di un brano e dicevi subito “è lui!”. Ecco, questo è quello che cerco di far capire a chi viene a confrontarsi con me. "Non dovete essere uguali agli altri, ma voi stessi". La tecnica serve ma non è tutto, bisogna avere un proprio stile facendo emergere la propria personalità. Questa è l’avventura più difficile, e più bella».
«Oggi ce ne sono di bravissimi, hanno una tecnica pazzesca però sono tutti uguali! Mancano le personalità: Jeff Porcaro, Charlie Watts, Elvin Jones... una volta, sentivi due secondi di un brano e dicevi subito “è lui!”. Ecco, questo è quello che cerco di far capire a chi viene a confrontarsi con me. "Non dovete essere uguali agli altri, ma voi stessi". La tecnica serve ma non è tutto, bisogna avere un proprio stile facendo emergere la propria personalità. Questa è l’avventura più difficile, e più bella».

ECLETTICO, VIRTUOSO E SPERIMENTALE DA 801 A PROTOCOL
Simon Phillips, londinese, classe 1957, è noto soprattutto per essere il batterista dei Toto (dopo la scomparsa di Jeff Porcaro, nel 1992), ma vanta un ricco parterre di esperienze che lo hanno portato ad essere considerato uno dei migliori batteristi viventi della sua epoca.
Ha lavorato, in prevalenza come turnista, con grandi artisti: Whitesnake, Joe Satriani, Mike Oldfield, Michael Schenker Group, Judas Priest, Pete Townshend e The Who, Jeff Beck, stanley Clarke, Mick Jagger, Phil Manzanera, Asia, Mike Rutherford, Tears for Fears. Ha trascorsi felici attraverso vari generi, dal Dixieland (quando era ancora bambino) al Jazz, dal Rock all’Heavy Metal. Di grande interesse la sua esperienza nel supergruppo rock sperimentale 801, nato nel 1976, con Brian Eno e Manzanera. Inoltre, negli anni Ottanta e fino ai nostri giorni, Simon Phillips ha composto molti brani in cui lui stesso suona tutti gli strumenti come Protocol.
Nel 2009, Phillips ha festeggiato il 30esimo anniversario con Tama e proprio in onore di quel festeggiamento ha ricevuto un set personalizzato. Ama molto il contatto con i giovani musicisti e tiene regolarmente masterclass di batteria.
Simon Phillips, londinese, classe 1957, è noto soprattutto per essere il batterista dei Toto (dopo la scomparsa di Jeff Porcaro, nel 1992), ma vanta un ricco parterre di esperienze che lo hanno portato ad essere considerato uno dei migliori batteristi viventi della sua epoca.
Ha lavorato, in prevalenza come turnista, con grandi artisti: Whitesnake, Joe Satriani, Mike Oldfield, Michael Schenker Group, Judas Priest, Pete Townshend e The Who, Jeff Beck, stanley Clarke, Mick Jagger, Phil Manzanera, Asia, Mike Rutherford, Tears for Fears. Ha trascorsi felici attraverso vari generi, dal Dixieland (quando era ancora bambino) al Jazz, dal Rock all’Heavy Metal. Di grande interesse la sua esperienza nel supergruppo rock sperimentale 801, nato nel 1976, con Brian Eno e Manzanera. Inoltre, negli anni Ottanta e fino ai nostri giorni, Simon Phillips ha composto molti brani in cui lui stesso suona tutti gli strumenti come Protocol.
Nel 2009, Phillips ha festeggiato il 30esimo anniversario con Tama e proprio in onore di quel festeggiamento ha ricevuto un set personalizzato. Ama molto il contatto con i giovani musicisti e tiene regolarmente masterclass di batteria.




