Addio a BioWare, lo studio di “Mass Effect” e “Dragon Age” chiude
L’annuncio, dopo trent’anni, di Electronic Arts. Ma i fan rispondono con una petizione che finora ha raccolto oltre 240.000 firme
Fabrizia Malgieri
|8 ore fa

Lo spazio acquistato dai fan di "Mass Effect" con l'invito a firmare la petizione, dopo l'annuncio che BioWare chiude, a Times Square, Manhattan
Per oltre trent’anni BioWare è stata sinonimo di gioco di ruolo digitale. Fondato nel 1995 a Edmonton, in Canada, lo studio ha dato vita ad alcuni dei franchise più significativi dell’industria, da “Baldur’s Gate” a “Star Wars: Knights of the Old Republic”, fino a “Mass Effect” e “Dragon Age”: saghe che hanno trasformato le scelte del giocatore in una meccanica strutturale, lasciando a chi gioca la libertà di plasmare la storia e il proprio personaggio. Il 21 ottobre, come una doccia fredda, Electronic Arts, proprietaria di BioWare dal 2007, ne ha annunciato la chiusura nell’ambito di un massiccio piano di ristrutturazione. Secondo Bloomberg, il piano prevede circa 400 licenziamenti nell’intero gruppo, una cinquantina dei quali in BioWare. A pesare più di tutto, però, è la cancellazione del nuovo “Mass Effect”, ancora nelle prime fasi di sviluppo. «Dopo oltre tre decenni di avventure condivise, BioWare chiude», ha scritto lo studio nel suo messaggio di commiato su X. Dietro la chiusura ci sono anzitutto ragioni finanziarie. La scorsa estate si è chiusa l’acquisizione di EA da parte del fondo sovrano saudita (PIF), di Silver Lake e di Affinity Partners, il fondo di Jared Kushner, genero del Presidente Donald Trump. È stata un’operazione da 55 miliardi di dollari, finanziata anche con 20 miliardi di debito garantiti da un pool di banche guidato da JPMorgan, che ora grava sui conti di EA. La ristrutturazione, arrivata appena tre mesi dopo, va letta anche così: meno progetti, più grandi, e tagli dove i ritorni appaiono incerti. Il debito, però, non spiega tutto. Da anni BioWare non centrava un successo: secondo Bloomberg, titoli come “Mass Effect: Andromeda” e “Anthem” sono stati stroncati dalla critica. “Dragon Age: The Veilguard”, accompagnato anche dalle polemiche dei movimenti “anti-woke”, non ha raggiunto le aspettative di vendita, spingendo EA a ridimensionare lo studio già l’anno scorso, ben prima dell’arrivo dei nuovi proprietari.
La community di “Mass Effect” ha risposto in poche ore: già il 21 ottobre è comparsa su Change.org la petizione #SaveMassEffect, che in meno di una settimana ha superato le 240.000 firme. La richiesta a EA è duplice: riprendere lo sviluppo con fondi, personale e tempi adeguati, oppure concedere la licenza del franchise a un altro studio. La mobilitazione è uscita presto dal web: un gruppo di fan ha acquistato un cartellone a Times Square, mentre Mark Meer e Jennifer Hale, le voci originali del Comandante Shepard, hanno invitato a firmare. Ad alimentare la nostalgia ha contribuito il trailer trapelato su Reddit il 22 ottobre, con il titolo “Mass Effect: Universe” e il ritorno di Liara T’Soni. Le possibilità di successo restano però minime. EA non ha risposto e, secondo l’ex executive producer Mark Darrah, potrebbe vendere le proprietà intellettuali di BioWare come chiuderle in un cassetto. Non mancano le perplessità: Kotaku ha osservato che “passare” Mass Effect a un altro studio significa trattarlo come una ricetta replicabile, dimenticando chi lo stava costruendo. Gruppi come “We Are Mass Effect” hanno invece messo al centro la sorte degli sviluppatori licenziati. La chiusura di BioWare è il sintomo di un’industria in cui le decisioni creative passano sempre più spesso per i bilanci di fondi d’investimento e banche d’affari. Quando un’acquisizione si regge su 20 miliardi di debito, la pazienza necessaria per far crescere un gioco di ruolo ambizioso, o per concedere un’ultima occasione a uno studio in difficoltà, diventa un lusso. Per trent’anni BioWare ha insegnato ai giocatori che le loro scelte contavano. Oggi quegli stessi giocatori firmano petizioni e comprano cartelloni per incidere su una storia che, questa volta, non è nelle loro mani.

INSTAGRAM SCOMMETTE SUI VIDEO LUNGHI FINO A 90 MINUTI: ARRIVA "FEATURES"
Novità importanti in casa Instagram. Il social del gruppo Meta sta testando “Features”, un formato destinato a cambiarne profondamente l’identità. Dopo essere nato come app dedicata alle fotografie e aver puntato negli ultimi anni quasi tutto sui Reel, Instagram si apre ai video orizzontali di lunga durata, fino a 90 minuti. È una svolta quasi televisiva, che avvicina la piattaforma a YouTube e che arriva insieme all’app di Instagram per TV, già disponibile su Apple TV negli Stati Uniti. A presentare il nuovo formato sono stati il capo di Instagram, Adam Mosseri, e Tessa Lyons, vicepresidente del prodotto, in un video pubblicato sulla piattaforma. “Reels rimarrà una parte fondamentale di Instagram. Ma quando si desidera approfondire la conoscenza dei creator preferiti e dei loro contenuti, questa possibilità dovrebbe esistere anche su Instagram”, ha spiegato Lyons. Lo stesso Mosseri ha ammesso di essere stato a lungo contrario ai video lunghi. A fargli cambiare idea sono stati un’abitudine sempre più diffusa, quella di guardare i Reel in compagnia sul televisore di casa, e l’insistenza di Lyons, convinta che i creator raccontino ormai storie in forme molto diverse tra loro. Per ora “Features” è in fase di sperimentazione.
Novità importanti in casa Instagram. Il social del gruppo Meta sta testando “Features”, un formato destinato a cambiarne profondamente l’identità. Dopo essere nato come app dedicata alle fotografie e aver puntato negli ultimi anni quasi tutto sui Reel, Instagram si apre ai video orizzontali di lunga durata, fino a 90 minuti. È una svolta quasi televisiva, che avvicina la piattaforma a YouTube e che arriva insieme all’app di Instagram per TV, già disponibile su Apple TV negli Stati Uniti. A presentare il nuovo formato sono stati il capo di Instagram, Adam Mosseri, e Tessa Lyons, vicepresidente del prodotto, in un video pubblicato sulla piattaforma. “Reels rimarrà una parte fondamentale di Instagram. Ma quando si desidera approfondire la conoscenza dei creator preferiti e dei loro contenuti, questa possibilità dovrebbe esistere anche su Instagram”, ha spiegato Lyons. Lo stesso Mosseri ha ammesso di essere stato a lungo contrario ai video lunghi. A fargli cambiare idea sono stati un’abitudine sempre più diffusa, quella di guardare i Reel in compagnia sul televisore di casa, e l’insistenza di Lyons, convinta che i creator raccontino ormai storie in forme molto diverse tra loro. Per ora “Features” è in fase di sperimentazione.

Dopo un primo test in Brasile, il formato è arrivato a un gruppo selezionato di creator negli Stati Uniti, e l’estensione a tutti gli utenti americani è attesa tra la fine dell’anno e l’inizio del 2027. Per l’Italia, al momento, non ci sono date. A chi si rivolge la novità? Secondo la piattaforma, a tutti i creator che lavorano su formati lunghi: podcaster, comici, autori di vlog e di interviste. Finora questi contenuti dovevano adattarsi a un formato pensato per la brevità, spezzati in estratti con il rimando ad altre piattaforme per la versione integrale. Con “Features”, i video lunghi compariranno nel feed e nella sezione “Esplora” sotto forma di brevi clip, con un pulsante per guardarli per intero. L’obiettivo è evidente: insidiare il primato che YouTube detiene da sempre sui contenuti di lunga durata. Resta però un punto debole tutt’altro che secondario: il denaro. A differenza di YouTube, che divide con i creator i ricavi pubblicitari, per ora Instagram non prevede alcuna condivisione degli introiti generati da “Features”. Si limita a promettere accordi con alcuni creator e la possibilità di portare sui video lunghi le sponsorizzazioni già esistenti. Ed è qui che si giocherà la partita. Instagram ci aveva già provato nel 2018 con IGTV, abbandonata pochi anni dopo. Oggi la piattaforma ha dalla sua un pubblico enorme e un’app per la TV, ma senza un modello economico capace di competere con quello di YouTube rischia di chiedere ai creator di investire tempo ed energie senza un ritorno chiaro. Più che una rivoluzione, per ora “Features” è una scommessa: dirà se Instagram vuole davvero diventare una televisione o soltanto trattenere qualche minuto in più chi già la usa.
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