La Valle dell’Eden, così Zoe Kazan riscrive Steinbeck dalla parte di Cathy

Su Netflix la miniserie con Pugh adatta il romanzo che il nonno Elia aveva portato al cinema con James Dean

Fabrizia Malgieri
|1 ora fa
La locandina della serie Netflix "La valle dell'Eden"
La locandina della serie Netflix "La valle dell'Eden"
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John Steinbeck è tra gli autori moderni più amati dal cinema e dalla televisione quando si tratta di adattamenti. Tra le sue opere più importanti c’è senza dubbio “La Valle dell’Eden” (1952), romanzo dell’autore insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1962. Il libro si è cristallizzato nell’immaginario collettivo anche grazie alla straordinaria pellicola firmata da Elia Kazan nel 1955, che segnò l’esordio promettente di una stella hollywoodiana bruciatasi troppo in fretta: James Dean.
Steinbeck è uno degli scrittori più apprezzati del Novecento, lo abbiamo detto, e “East of Eden” (questo il titolo originale) è considerato la sua opera più ambiziosa. Attraverso la storia di due famiglie, i Trask e gli Hamilton, il romanzo ripercorre un periodo che va dalla Guerra di Secessione fino alla fine della Prima guerra mondiale. Con una trama fitta e stratificata, “La Valle dell’Eden” è di fatto una reinterpretazione steinbeckiana del quarto capitolo della Genesi, da cui il titolo, e in particolare dei versetti 1-16, che raccontano la storia di Caino e Abele. Allo stesso modo, il libro affronta numerosi temi: il primo è la contrapposizione tra fratelli (prima Adam e Charles, poi Aron e Cal) in un’estenuante lotta tra bene e male; il secondo, invece, è il concetto di timshel (in ebraico “tu puoi”), con cui Steinbeck rifiuta l’idea di una predestinazione al male: ogni essere umano possiede il libero arbitrio e la reale capacità di scegliere tra perdizione e redenzione.
Dal 1° ottobre la saga familiare degli Hamilton e dei Trask è diventata una ricca trasposizione seriale per Netflix. A firmarla è, non a caso, Zoe Kazan, nipote di quello stesso Elia che diresse il film nel 1955, e la serie introduce alcuni cambiamenti importanti rispetto all’opera del nonno. La prima grande differenza dipende in parte dal formato: l’autrice della miniserie ha scelto di confrontarsi con tutte le oltre 600 pagine del romanzo, mentre il nonno, per esigenze legate al cinema, si era limitato a adattarne solo un centinaio circa. Questa scelta dà all’adattamento un respiro più ampio rispetto al capolavoro cinematografico e lo rende molto più fedele all’opera di partenza.
Non solo: ne fa anche un ottimo esempio di come la serialità contemporanea possa essere il formato ideale per trasporre romanzi imponenti come “La Valle dell’Eden”. L’altra grande differenza è lo spostamento del focus narrativo: per la prima volta, l’adattamento abbraccia il punto di vista dell’antieroina del romanzo, Cathy Ames (interpretata da un’eccezionale Florence Pugh), sottraendo il centro della scena a Cal, il personaggio di Dean nella versione cinematografica. Cathy è una figura tragica, ambigua e disturbante, che fa da trait d’union tra le due generazioni in quanto moglie di Adam e madre di Caleb e Aron. Porta dentro di sé contraddizioni enormi, tali da renderla, soprattutto in questa rilettura, un personaggio estremamente moderno. Proprio per la sua incapacità di adattarsi alle aspettative della società, la Cathy Ames di Pugh offre un ritratto di donna sorprendentemente contemporaneo: è un personaggio così complesso che, per tutta la durata della miniserie, suscita nello spettatore sentimenti diversi e talvolta antitetici, che vanno dalla comprensione alla misericordia fino al disgusto e alla rabbia più profonda.
Nel libro Steinbeck è molto meno indulgente e la descrive come un vero e proprio “mostro psichico” dall’“anima deforme”. Zoe Kazan compie invece un’operazione diversa, e per questo anche piuttosto criticata: “umanizza” il male. Smorza così uno dei temi cardine del romanzo, quello del libero arbitrio, per giustificare Cathy o quantomeno sollevarla in parte dalle sue responsabilità, dando un senso alle sue azioni attraverso i traumi e il difficile vissuto personale. Ne esce un’antieroina, un archetipo che facciamo ancora fatica ad accettare nelle nostre storie, perché difficilmente accogliamo l’idea che una donna, in quanto “generatrice di vita”, possa essere ricondotta a qualcosa di anche lontanamente malvagio. Questo aspetto potrebbe far storcere il naso ai fan del romanzo; eppure, “La Valle dell’Eden” è una miniserie che, nella sua complessità e nel suo sfarzo, ci riporta ai tempi di un cinema elegante, matematicamente perfetto nel bilanciare pathos e melodramma senza mai scadere nella banalità. Lo sguardo, lussuoso e potente, si accompagna a una scrittura eccezionalmente solida e a un cast equilibrato. C’è poi la colonna sonora della compositrice Laura Karpman, che sottolinea con grande maestria le diverse sfaccettature della contorta saga familiare, con le loro luci e ombre che si inseguono e si rincorrono.
Il romanzo di Steinbeck non si limita a raccontare le vicende di due famiglie: attraverso di esse racconta anche gli Stati Uniti e le loro molteplici trasformazioni, soprattutto in quegli anni nevralgici
. Con la stessa cura, Zoe Kazan confeziona una miniserie che usa la storia di due famiglie per raccontare, in grande, la Storia di un intero Paese e per leggere tra le sue pieghe contraddizioni che persistono ancora oggi. Resta infine un merito che va oltre lo schermo: nei primi quattro giorni, la serie ha raccolto 6,5 milioni di visualizzazioni, ha conquistato il primo posto nella classifica globale di Netflix ed è entrata nella Top 10 di 93 Paesi, scalzando “Monster: La storia di Lizzie Borden”, che dominava la piattaforma da due settimane - dato, va precisato, che si ottiene dividendo le ore complessive di visione per la durata della serie (circa sette ore). Quei 6,5 milioni corrispondono, dunque, a un tempo enorme trascorso nella Salinas Valley di Steinbeck, per un prodotto che chiede allo spettatore un impegno ben diverso da quello di un thriller da divorare in una sera. Anche la critica lo ha premiato: su “Rotten Tomatoes”, la miniserie ha raggiunto un consenso dell’89%, due punti in più del film del 1955. È un risultato tutt’altro che scontato per chi si misura con un classico del cinema, e ancor meno per chi porta il cognome di chi quel classico lo ha firmato.
L'eccezionale protagonista della serie tv, l'attrice Florence Pugh
L'eccezionale protagonista della serie tv, l'attrice Florence Pugh
L’effetto più interessante, però, si vede lontano dalle piattaforme: sull’onda della serie, Penguin Classics ha registrato un sensibile aumento delle vendite del romanzo, che è tornato in libreria e in classifica raggiungendo una generazione di lettori che forse non lo avrebbe mai aperto. È un fenomeno che conosciamo bene, dai classici rilanciati da “Bridgerton” al “BookTok” che trasforma un trailer in un caso editoriale, ma raramente riguarda un romanzo di oltre 600 pagine, scritto più di settant’anni fa e costruito attorno a una riflessione filosofica sul libero arbitrio. E se a fare da gancio sia proprio Cathy Ames, il personaggio più scomodo e controverso del libro, aggiunge un ulteriore livello di ironia a tutta l’operazione.
È forse questo il segno più evidente della riuscita della miniserie: un adattamento che non sostituisce il libro, ma ci riporta a esso. Dimostra anche come, in un panorama dominato da franchise, universi condivisi e contenuti “usa e getta”, il grande romanzo del Novecento ha ancora qualcosa da dire. Serve però che qualcuno abbia il coraggio di raccontarlo per intero, con i tempi e la complessità che merita. In un’epoca che consuma storie alla velocità di uno scroll, la scommessa di Zoe Kazan è stata chiedere al pubblico sette ore di attenzione e un confronto con il bene e il male che non offre risposte immediate. Ma il pubblico, almeno per ora, sembra averla accettata di buon grado.