Un Festival di Sanremo stilisticamente faticoso e con pochi abiti eleganti
Laura Pausini resa come una figura statica, quasi inghiottita da forzata modernità. Bianca Balti e Arisa le più raffinate. Bocciato Sal Da Vinci
Giulia Marzoli
|20 ore fa

Bianca Balti e Laura Pausini al Festival di San Remo 2026, condotto da Carlo Conti
Si è spenta l’ultima luce dell’Ariston e, mentre le radio si preparano a passare in loop il brano di Sal Da Vinci, noi ci ritroviamo a fare i conti con i residui di una settimana stilisticamente faticosa.
Bisogna dirlo con onestà, la moda quest’anno ha spesso inciampato sui gradini della scala più famosa d’Italia. Iniziamo con la nota dolente, anzi dolentissima: il percorso stilistico di Laura Pausini, ospite d’onore in questa edizione, è stato un buco nell’acqua. Sebbene l’abito Balenciaga della serata finale l’abbia in parte riscattata, per il resto la diva di Solarolo è apparsa prigioniera di volumi che non le appartenevano e scelte cromatiche che sembravano studiate per spegnerla più che valorizzarla. Molti degli abiti indossati dalla cantante parevano un muro di tessuto nero rigido, e l’hanno trasformata in una figura statica, quasi inghiottita da una modernità forzata che nulla aggiungeva alla sua presenza scenica. Un vero peccato: da un’icona globale ci si aspetterebbe una narrazione visiva che esalti la sua maturità, non un tentativo maldestro di rincorrere un’avanguardia risultata semplicemente goffa. Voto zero alla coerenza, dieci (ovviamente) alla voce, che resta l’unica cosa a salvarsi dal naufragio.
Bisogna dirlo con onestà, la moda quest’anno ha spesso inciampato sui gradini della scala più famosa d’Italia. Iniziamo con la nota dolente, anzi dolentissima: il percorso stilistico di Laura Pausini, ospite d’onore in questa edizione, è stato un buco nell’acqua. Sebbene l’abito Balenciaga della serata finale l’abbia in parte riscattata, per il resto la diva di Solarolo è apparsa prigioniera di volumi che non le appartenevano e scelte cromatiche che sembravano studiate per spegnerla più che valorizzarla. Molti degli abiti indossati dalla cantante parevano un muro di tessuto nero rigido, e l’hanno trasformata in una figura statica, quasi inghiottita da una modernità forzata che nulla aggiungeva alla sua presenza scenica. Un vero peccato: da un’icona globale ci si aspetterebbe una narrazione visiva che esalti la sua maturità, non un tentativo maldestro di rincorrere un’avanguardia risultata semplicemente goffa. Voto zero alla coerenza, dieci (ovviamente) alla voce, che resta l’unica cosa a salvarsi dal naufragio.

Non è andata meglio a Mara Sattei. Se nelle edizioni passate ci aveva abituati a un minimalismo chic, la scelta di chiudere in Vivienne Westwood con un tripudio di tartan azzurro e giallo è stato un mappazzone visivo difficile da digerire. Il tessuto, troppo pesante per la sua silhouette minuta, l’ha letteralmente sepolta sotto metri di stoffa che sembravano rubati a una sfilata di vent’anni fa.
Per fortuna durante la serata dei duetti arriva qualcuno a ricordarci che la perfezione esiste: Bianca Balti. In un mare di tentativi maldestri, la sua entrata è simile ad un’apparizione mariana nel momento più difficile della vita di un uomo. Curata magistralmente dallo stylist Lorenzo Oddo, Bianca ha portato sul palco l’estetica di Alessandro Michele per Valentino, reinterpretando il fascino della Old Hollywood con tocco moderno. Incredibile l’abito rosa confetto arricchito da una stola di rouches dorate, un accostamento cromatico audace che ha richiesto oltre 220 ore di lavoro. Azzeccatissima anche la scelta di non nascondere la sua cicatrice addominale, esibita con orgoglio attraverso un profondo scollo: un messaggio di forza e accettazione che ha reso la sua bellezza ancora più dirompente.
Per fortuna durante la serata dei duetti arriva qualcuno a ricordarci che la perfezione esiste: Bianca Balti. In un mare di tentativi maldestri, la sua entrata è simile ad un’apparizione mariana nel momento più difficile della vita di un uomo. Curata magistralmente dallo stylist Lorenzo Oddo, Bianca ha portato sul palco l’estetica di Alessandro Michele per Valentino, reinterpretando il fascino della Old Hollywood con tocco moderno. Incredibile l’abito rosa confetto arricchito da una stola di rouches dorate, un accostamento cromatico audace che ha richiesto oltre 220 ore di lavoro. Azzeccatissima anche la scelta di non nascondere la sua cicatrice addominale, esibita con orgoglio attraverso un profondo scollo: un messaggio di forza e accettazione che ha reso la sua bellezza ancora più dirompente.

Sempre sulla scia del “vorrei ma non posso” si è mosso invece il vincitore, Sal Da Vinci. Il suo look conclusivo in Emanuele Ungaro - una giacca bianca ottica con dettagli che urlavano “matrimonio a tema” - è stato il trionfo del già visto. Menzione d’onore invece per Arisa, che ha dato una lezione di stile a tutti presentandosi alla finale con una canottiera bianca a costine sopra una gonna nera, arricchita da un enorme fiocco bianco. Una scelta audace ed ironica, ma soprattutto tremendamente attuale, firmata Des Phemmes e scelta dalla stylist Rebecca Baglini. Ha dimostrato che si può essere eleganti anche con un capo semplicissimo, se dietro c’è un’idea. Allo stesso modo, Michele Bravi è stato l’unico uomo in gara (esclusa qualche eccezione) a dare al palco il rispetto che merita. Il suo velluto nero di Antonio Marras, ricamato con una delicatezza d’altri tempi, lo ha reso un elegantissimo in un mare di mediocrità. Cala così il sipario e resta l’amaro in bocca per un’occasione sprecata. Tra i guanti di pelle onnipresenti che ormai hanno stancato e i tentativi di apparire trasgressivi a tutti i costi, abbiamo capito che il fitting è diventato un optional e il buon gusto un ospite non sempre gradito. Forse alcuni troveranno il paragone azzardato, ma per chi è italiano e appassionato di moda Sanremo è ormai la trasposizione del Met Gala: vederlo ridotto ad un ballo in maschera fa male, soprattutto alla vista.

