Fratture del femore, a Piacenza il 93,3% dei pazienti operato entro 48 ore
In un anno il dato è salito dal 50,57 al 93,3%, oltre l'obiettivo regionale dell'80%. Quattrini: «Decisivo il lavoro di squadra, dal Pronto soccorso alla riabilitazione»
Redazione Online
|15 ore fa

Dal 50 al 93% in un anno
È salita al 93,3% la quota di pazienti con frattura del femore operati entro 48 ore all'ospedale di Piacenza. Un risultato che supera ampiamente lo standard dell'80% indicato dalla Regione e vale al presidio piacentino una valutazione positiva nell'ambito delle performance dell'assistenza ospedaliera regionale.
Il dato assume ancora più rilievo se confrontato con quello di appena un anno prima: nel primo semestre del 2025 veniva operato entro 48 ore il 50,57% dei pazienti; nello stesso periodo del 2026 la percentuale è balzata al 93,3%.
Un cambio di passo ottenuto su volumi importanti. Nel 2025 a Piacenza sono state trattate 526 persone con frattura del femore: secondo la banca dati regionale ReportER, l'ospedale cittadino è il secondo dell'Emilia-Romagna per numero di interventi di questo tipo.
«La Regione ci aveva dato un obiettivo: raggiungere l'80% di interventi entro 48 ore – spiega Fabrizio Quattrini, direttore di Ortopedia e Traumatologia dal luglio 2025 –. Abbiamo lavorato per raggiungerlo attraverso un vero cambio di passo: non più compartimenti stagni, ma collaborazione e interdisciplinarità, con un lavoro di rete che parte dal Pronto soccorso».
Una corsa contro il tempo
È proprio dal Pronto soccorso che prende il via un percorso nel quale ogni ora conta. Il paziente passa quindi all'Ortogeriatria, dove viene valutato e preparato all'intervento tenendo conto delle eventuali patologie concomitanti. Entrano poi in campo anestesisti e ortopedici e, dopo l'operazione, fisioterapisti e personale di reparto lavorano per rimetterlo in piedi nel minor tempo possibile.
«È un'organizzazione rigorosa, nella quale bisogna evitare ogni spreco di tempo – sottolinea Quattrini –. Abbiamo lavorato molto sulla rete con l'Anestesia, diretta dal dottor Ruggero Massimo Corso, che ha sostenuto il progetto mettendo a disposizione una figura dedicata. Oggi tutti conoscono la "scadenza" del femore e sanno che, se le condizioni cliniche lo consentono, il paziente deve essere trattato entro 48 ore».
Per riuscirci è necessaria anche una gestione flessibile delle sale e delle liste operatorie, che non si ferma nel fine settimana. «Uno dei miei motivi di orgoglio è il comparto operatorio – aggiunge Quattrini –. A loro va il mio ringraziamento per la disponibilità a lavorare anche il sabato e la domenica quando necessario».
Prima si interviene, prima ci si rialza
La rapidità non risponde soltanto a esigenze organizzative. Nella maggior parte dei casi si tratta di pazienti anziani, spesso fragili e affetti da più patologie. «La caduta destabilizza un equilibrio vitale già molto fragile – osserva Quattrini –. Ritardare l'intervento, in genere, non migliora la situazione. Al contrario, un intervento precoce può migliorare le aspettative di sopravvivenza e di vita nel breve e medio termine».
Quando le condizioni cliniche lo consentono, la mobilizzazione comincia già dal secondo giorno dopo l'intervento. Ridurre l'immobilità significa diminuire il rischio di delirium, lesioni da pressione, problemi cardiocircolatori, infezioni urinarie e complicanze respiratorie.
«L'obiettivo è rimettere il paziente in piedi il prima possibile. Qui il ruolo dei fisioterapisti e del personale di reparto è decisivo». A rendere il quadro più complesso contribuisce la varietà delle fratture: alcune interessano un femore mai operato, altre un osso sul quale sono già presenti protesi, chiodi o placche.
«La complessità ha due facce – continua Quattrini –: quella tecnica dell'intervento e quella del paziente, che spesso presenta più patologie contemporaneamente. In questi casi è fondamentale il lavoro dell'Ortogeriatria, diretta dalla dottoressa Sara Barbieri».
«Le stesse risorse, organizzate diversamente»
Il salto dal 50 al 93% è stato ottenuto, sottolinea Quattrini, senza aumentare le risorse strutturali. «Abbiamo fatto tutto questo con le stesse risorse degli anni precedenti e lo stesso numero di sale operatorie, utilizzandole però in maniera diversa, più organizzata e performante».
Un ruolo centrale è affidato anche alla formazione. «È un cammino costante, che produce ricadute concrete su ciò che offriamo ai pazienti. Dietro i 526 interventi effettuati nel 2025 non ci sono soltanto numeri, ma un percorso che coinvolge tutti i professionisti».
Formazione, ricerca ed evoluzione tecnologica sono, conclude Quattrini, «il cardine di un reparto universitario come quello che dirigo. Vogliamo proseguire su questa strada non soltanto nella traumatologia, ma in tutta la patologia ortopedica. Il nocciolo è uno solo: lavorare per curare le persone nel miglior modo possibile».

