L’omaggio di Piacenza ai caduti, ma c’è qualche dimenticanza

la cerimonia al famedio del cimitero urbano: nel tempo le corone d’alloro si sono diradate, così come “le soste” del corteo

Redazione
|5 ore fa
- © Mauro Del Papa
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Davanti alla grande statua di Giannino Bosi, organizzatore della Resistenza in Friuli e medaglia d’oro al valor militare alla memoria, il corteo istituzionale passa spedito, senza fermarsi. Poco prima era stato reso omaggio al capitano dell’Aeronautica militare Gaetano Mazza caduto sul fronte del Piave nel 1917 e insignito della medaglia d’argento al valor militare; e anche alla tomba che ricorda il tenente d’artiglieria Giuseppe Bustaffa e il tenente del genio pontieri Paolo Bottarelli, caduti combattendo rispettivamente sulle pendici del Tonale e sul Piave nel 1918.
Ma davanti alla sepoltura che celebra Bosi, morto in Carnia nel dicembre 1944 in combattimento contro un reparto della X Mas, nessuno si ferma, probabilmente per dimenticanza. Fino a pochi anni fa le celebrazioni del 2 novembre offrivano l’occasione per ricordare lui e gli altri, deponendo una corona d’alloro davanti alle tombe: il corteo allora faceva tappa anche alla cappella degli Austriaci morti nella grande guerra, alla tomba dei cittadini illustri e a quella dei ragazzi morti nella tragedia del Brentei, oltre che alla cappella del poeta Valente Faustini, al campetto dei partigiani e alla lapide dei partigiani fucilati.
Successivamente, eliminata l’usanza del giro del corteo, venivano posizionate le corone che via via si sono diradate: ne sono state posizionate tre davanti al famedio del cimitero urbano e altrettante nel campetto dei partigiani, al muro dei fucilati e nella cappella dei piacentini benemeriti. Sempre al famedio si è svolta la cerimonia di commemorazione dei caduti per la patria - organizzata dal Comune con prefettura e Comando militare - con la messa celebrata da don Piero Campominosi e l’intervento della sindaca Katia Tarasconi.
Proprio la sindaca ha ricordato le vittime della prima e della seconda guerra mondiale: «Durante la grande guerra cinque milioni di soldati finirono nelle trincee: erano uomini giovani e chiamati a confrontarsi con l’orrore» ha spiegato nel suo intervento citando anche “»gli uomini e le donne della Resistenza che seppero opporsi al nazifascismo».
«Occorre riconoscere la disumanità della guerra e comprendere quanto siano preziose le vite spezzate - va avanti Tarasconi - la guerra è sempre una sconfitta dell’umanità anche quando viene presentata come inevitabile, mentre la pace va costruita ogni giorno con il dialogo. In questo senso la memoria non è solo un ricordo del passato, ma anche responsabilità verso il presente».
«L’esempio di questi fratelli e sorelle ci sprona a metterci personalmente in gioco con fiducia» sottolinea don Campominosi. Ma sarebbe importante ricordarlo, quell’esempio, anche solo con una breve sosta davanti a una tomba.