Penna, matita e libertà: i fumettisti sfidano gli ayatollah
Una vignetta dopo l'altra, i cartoonist iraniani esuli dal loro Paese continuano a combattere l'oppressione del regime teocratico
Alessandro Sisti
|6 ore fa

Per questa vignetta l'autrice Atena Farghadani è stata condannata a 12 anni e 9 mesi
Ai nostri pronipoti piaceranno i fumetti? Magari autoleggenti e completi di sonoro per far meno fatica, purché non diventino invece un raffinato classico riservato agli intellettuali. Di sicuro li leggeranno gli studiosi di storia, però non i comics del futuro bensì quelli di oggi, testimonianze del nostro tempo dall’intrattenimento all’arte, fino alla protesta contro la sopraffazione di stato: non a caso alcune fra le opere di maggior spessore sono emerse da una nazione vessata come l’Iran, tanto più utili a comprenderne il lunghissimo dramma in un momento in cui quel Paese è ogni giorno al centro delle cronache di guerra. Voci di libertà che si esprimono con la narrazione, la più nota delle quali è quella di Marjane Satrapi, nata nel1969 a Teheran da una famiglia agiata, cosmopolita e progressista. La prima parte della sua esistenza attraversa perciò la trasformazione dalla monarchia dello scià Reza Pahlavi alla rivoluzione khomeinista del 1979, con le restrizioni religiose via via più soffocanti che rievoca nella graphic novel “Persepolis”, con cui esordisce nel 2000. L’obbligo d’indossare il velo anche per le bambine e il periodo trascorso a Vienna, dove i genitori la mandano a studiare per sottrarla al regime teocratico rendendola involontariamente una sorta di esule appena quattordicenne e bersaglio dei pregiudizi anti-islamici, il conflitto con l’Iraq e il rapporto con lo zio Anoosh, militante di sinistra, oppositore degli ayatollah e giustiziato con l’accusa di spionaggio, compongono fino a vederla adulta un’autobiografia che è nel contempo memoriale storico in prima persona e meglio del puro resoconto coinvolge il lettore nella tragedia di quegli anni. Seguono lavori più intimisti come “Taglia e cuci” o “Pollo alle prugne”, dal quale è stato tratto un film di cui l’autrice ha firmato la regia, e nel 2023 “Donna Vita Libertà”, ispirato dall’assassinio di Mahsa Amini da parte della polizia morale e realizzato insieme a colleghi di levatura internazionale con la collaborazione dello storico Abbas Milani, del giornalista Jean-Pierre Perrin e del politologo Farid Vahid.
Essere la più famosa fumettista iraniana – seppure naturalizzata francese da oltre trent’anni – rende Marjane Satrapi capofila d’una scuola dissidente che colpisce per la quantità d’autori e la qualità artistica e letteraria dei romanzi disegnati. Opere come “Zahra’s Paradise”, che attorno alla vicenda del diciannovenne Mehdi, scomparso dopo aver partecipato alle proteste per le controverse elezioni presidenziali del 2009, dipinge un quadro di quotidianità e brutalità, torture e impiccagioni, ma anche di corruzione nascosta sotto all’apparente rigore religioso. Zahra è sia il nome della madre di Mehdi, che cerca disperatamente quanto inutilmente di scoprire cosa gli sia accaduto, sia dello sterminato cimitero di Teheran oltreché – con una simbolica chiave di lettura – quello dell’unica figlia del Profeta Maometto. In appendice gli autori dichiarano di non aver voluto produrre un testo storico documentato, ma un romanzo ispirato a episodi reali e si firmano con gli pseudonimi di Amir e Khalil per evitare rappresaglie e ritorsioni. L’alternativa è espatriare come ha fatto Majid Bita, che vive a Bologna e nel suo esilio volontario ha sceneggiato e disegnato “L’autobus incantato”. Nonostante il titolo fiabesco, la graphic novel rievoca una pagina oscura degli anni Novanta, quando ventuno fra artisti, scrittori e poeti – non allineati e ritenuti perciò pericolosi – vennero invitati a un raduno letterario che nascondeva l’intenzione di eliminarli in massa. Ancora di Bita, “Nato in Iran” è l’autobiografia a fumetti, ideale complemento maschile di “Persepolis”, in cui il non dover subire l’oppressione del regime contro le donne non equivale alla libertà. La normalità familiare che descrive è improntata alla dicotomia schizofrenica fra pubblico e privato, per la quale nulla di ciò che avviene fra le pareti domestiche può trapelare all’esterno, dove qualsiasi cosa non sia ufficialmente approvata è vietata e punita. Specie per quanto compete ai consumi culturali, come leggere libri proibiti o guardare film censurati. «La maggior parte delle nostre occupazioni» ricorda l’autore «erano illegali». Figuriamoci poi disegnare vignette antigovernative e ne ha fatto le spese Atena Farghadani, condannata nel 2015 a 12 anni e 9 mesi per averne pubblicata una in cui i membri del parlamento erano rappresentati come animali. Rilasciata dopo diciotto mesi anche grazie alla campagna globale #Draw4Atena lanciata dai cartoonist di tutto il mondo, Farghadani è stata nuovamente processata per aver denunciato sul web i soprusi subiti in prigione e per buona misura accusata di adulterio per aver stretto la mano al suo avvocato. Evitare di criticare il governo non basta comunque a mettersi al sicuro e Mana Neyestani lo prova in “Una metamorfosi iraniana”, il cui titolo rimanda a Kafka poiché in un striscia per bambini Neyestani fece pronunciare da uno scarafaggio una singola battuta… disgraziatamente in azero (lui stesso essendo azero), lingua di un’etnia divisa fra Iran e Azerbaigian, musulmana e nondimeno politicamente laica. Sgradita quindi agli ayatollah, sennonché la gag suscitò tumulti anche fra gli azeri, ai quali appariva offensiva, così che l’autore venne incarcerato. Dopo due mesi di detenzione fuggì approfittando d’un permesso temporaneo e affrontando un tortuoso viaggio fra Emirati Arabi, Cina, Turchia e Malesia si stabilì a Parigi.
Sono storie di scelte fra cambiare mestiere, piegarsi o emigrare in un Paese libero ma pur sempre estraneo, perfino per i figli di chi ci ha trovato una nuova patria. È il filo conduttore di “La mia seconda generazione”, scritto da Saghar Khaleghpour per raccontare la sua sensazione di «non appartenere a nessun posto». Spesso le capita d’essere trattata da straniera a causa del suo nome per quanto sia nata e abiti a Milano; iraniana per discendenza, fin da piccola vorrebbe tornare nella terra in cui sente d’avere le radici e per contro, cresciuta in Italia prova uno sgomento e un desiderio di ribellione ancor più intensi di fronte all’umiliazione e alla marginalizzazione delle donne in Iran e a eventi come l’uccisione di Mahsa Amini, che apre il romanzo grafico. Khaleghpour è una graphic designer, ha collaborato con Cartoon Network e come disegnatrice di moda con grandi brand del lusso, ma per questo lavoro ha ceduto le matite a un co-autore, il messinese Lelio Bonaccorso, artista del fumetto dallo stile in continua evoluzione e orientato a un forte impegno sociale, con all’attivo titoli come “Peppino Impastato – Un giullare contro la mafia”, sui testi di Marco Rizzo. Eppure gli ayatollah non odiano i fumetti e l’onestà di cronaca m’impone di sottolineare come in Iran esista una numerosissima comunità di fumettisti a piede libero (almeno per ora) e si tengano manifestazioni come il New International Cartoon Festival, diretto artisticamente dall’eccellente e surreale vignettista Ali Divandari, oppure la Biennale Internazionale dei Cartoon di Teheran, il Festival Internazionale di Vignette Satiriche “Denaro & Capitale” e ancora il Festival Internazionale del Fumetto in Occasione della Giornata di Al-Quds, giunto alla quarta edizione e che quest’anno propone agli autori un concorso sul tema “Palestina e Gerusalemme, la sconfitta del regime sionista nella guerra dei dodici giorni contro l’Iran”. Argomento al quale non credo occorra aggiungere altro, sono quasi tentato di partecipare.






