“I may destroy you” oppure posso riscrivere la mia storia
Redazione Online
|3 anni fa

Ci ha messo due anni, ma da qualche settimana è approdata su Sky “I May destroy you”, la miniserie creata, scritta, co-diretta e prodotta da Michaela Coel, vincitrice di quattro Bafta, 2 Indipendent Spirit Awards, e un Emmy per la Migliore Sceneggiatura.
La serie, una co-produzione HBO e BBC, affronta in modo crudo e provocatorio il tema del consenso sessuale, attraverso la protagonista Arabella, icona millennial dalla stessa Michaela Coel (Chewing Gum, Black Earth Rising) e i suoi amici, Terry, aspirante attrice (Weruche Opia), e Kwame, istruttore di fitness (Paapa Essiedu).

Arabella è giovane, bella, famosa, ha una specie di fidanzato italiano, molti amici. Celebrata come la “voce della sua generazione” dopo l’uscita del suo primo romanzo, “Chronicles of a Fed-Up Millennial”, la ragazza è al lavoro su una nuova uscita. Ma la sera prima della consegna della bozza, con l’obiettivo di scrivere tutta la notte, non trova la motivazione per proseguire e decide di uscire e raggiungere un gruppo di amici. La mattina dopo si sveglia con un taglio in testa, il cellulare rotto, nessun ricordo a parte flash disturbanti, e molte domande da parte di tutti quelli che le stanno intorno, ma nel mondo tracciabile tutto si ricostruisce e la ragazza comincia a indagare a ritroso sui suoi movimenti della notte. Comincia qui un percorso doloroso durante il quale Arabella dovrà affrontare tradimenti, traumi, paure, rifiuti, abbandoni che porterà alla risalita: fin qui sembrerebbe banale, ma non ci interessa la meta, quanto il viaggio.

Arabella and friends tornano avanti e indietro, nel tempo e nello spazio: Terry e Kwame la trascinano a corsi improbabili, sono con lei quando torna ossessivamente nel locale dove tutto è cominciato, e insieme a lei mettono insieme pezzi della sua storia, pezzi di Arabella e anche di sé stessi.


Tutti i protagonisti fanno un percorso di crescita e di trasformazione, e lo fanno insieme, supportandosi, litigando, scusandosi, ammettendo le proprie responsabilità, facendo i conti con quello che non vorrebbero ammettere, combattendo il senso di colpa sociale e quello personale, ma tornando sempre a essere quella necessaria famiglia ricomposta, baluardo ultimo di resistenza, finché il trauma diventa così comprensibile e così chiaro da poter essere capitalizzato.
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