Là dove i “bambini” spacciano. E le madri li cercano di notte
Di giardino in giardino, con alcuni genitori disperati: «Mia figlia l’ho trovata, mi ha detto “va via”. Servono fondi alle strutture»

Elisa Malacalza
|1 ora fa

Sono le 21.05, quando torniamo per la seconda volta in via Negri, «tanto, qui, si va a tentativi», dice lui, un papà piacentino, con la tuta in auto che sembra un pigiama, come altri, a cercare il figlio, minorenne.
Proviamo al “campaccio”, così lo chiamano da sempre le generazioni, vicino a via Campo Sportivo Vecchio, tra la Dante e il Leonardo. La città si è già ritirata nelle case, fa più freddo, le scuole sono ricominciate, ma qualcuno è ancora lì: e nessuno, in questo caso, sembra però cercarlo. Seduti sulla panchina, il cappuccio calato sulla testa, il telefonino in mano, cuffiette alle orecchie, nient’altro.
Sui tavolini e a terra un sacco di rifiuti, lattine, cartoni della pizza: «Chissà che fatica buttarli nel cestino», dice il papà, mentre ha già capito, intanto, che lì il figlio non c’è. Non è forse questione di fatica: è questione di briciole di Pollicino, segni del passaggio nel Regno che, questi, si sono creati da soli. E che gli fa male, credendo di stare bene.
Altri, poco distante, si muovono a piccoli gruppi, tutti vestiti di nero. Qualcuno barcolla lungo la strada, gridacchiano. Ed è in questi angoli che, invece, una madre continua a cercare sua figlia, che ha 17 anni. È la stessa mamma che qualche giorno fa ha raccontato a Libertà il calvario della diagnosi di disturbo borderline, la dipendenza dalle sostanze, le fughe da casa, le notti trascorse in automobile nel tentativo di ritrovarla. Stavolta non ci limitiamo ad ascoltarla. La accompagniamo, «Perché no, proviamoci», dice lei, che in testa ha un obiettivo chiaro: dire che c’è gente a Piacenza che dà la droga ai ragazzini, dire che dietro le finestre si fa finta di non vedere.
È lei a indicarci i posti. Una piccola piazzetta dietro vicolo Barozzieri, nei pressi della Lupa, il “giardino dei limoni”, altro nome dato dalla notte dei tempi, alle spalle dell’Isii Marconi. Nomi che per tanti piacentini sono soltanto luoghi anonimi della città, ma che per alcune famiglie sono diventati punti da controllare, coordinate di un’angoscia quotidiana.

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