A Vezimo è pronto il museo diffuso. Domani l'inaugurazione

Alle 9.30 sarà svelato il percorso in otto tappe tra i luoghi e i ricordi della strage del 1944. I pannelli sono finanziati con parte dei proventi del libro "Volevamo solo ballare"

Redazione Online
|2 ore fa
La fase di montaggio dei pannelli
La fase di montaggio dei pannelli
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Nasce un museo diffuso a Vezimo di Zerba, dedicato a una strage dimenticata, quella della notte tra il 20 e il 21 agosto del 1944, quando morirono 33 giovani. "Volevamo solo ballare" è il titolo del volume, edito da Officine Gutenberg, che ricorda come le vittime delle bombe del cacciabombardiere Pippo volessero solo festeggiare la festa patronale, dimenticando per un attimo il coprifuoco, la guerra, la morte.
La raccolta di testimonianze è stata curata da Elisa Malacalza, caposervizio a Libertà, che ha deciso di devolvere il ricavato della parte del diritto d'autore al paese. Con lei, nella maratona di incontri, scelte, scoperte archivistiche, Alice Lombardelli e Marco Ridella, parenti dei feriti e delle vittime della strage e primi a volere realizzare qualcosa che restasse, in paese. Quel qualcosa è realtà: domani, 21 agosto, a Vezimo di Zerba, alle 9.30, sarà inaugurato il museo diffuso fatto di pannelli illustrativi  e a spiegarli, in un percorso pensato da Alice in tutto il paese, saranno i bambini, i piccoli.
La messa sarà celebrata alle 11 da don Diego Torres. In caso di maltempo anche la presentazione si terrà in chiesa. Fondamentali sono stati gli aiuti dell'editore Giovanni Battista Menzani, che ha fisicamente montato i pannelli con il sindaco Gianni Razzari, Ridella e Renzo Ertola. Il contributo garantito da Anpi Travo è servito a coprire le spese. I pannelli sono stati pensati nella grafica da Jacopo Ponticelli e dalle Officine Gutenberg, utilizzando foto di Ridella e Giancarlo De Bona. Il libro è stato presentato in questi anni a Marsaglia, Rivergaro, Pontenure, a palazzo Galli in città, e ancora a Bobbio, alla Besurica, e a Vezimo, dove ora si chiude un cerchio, destinato ad aprirne uno più grande, quello della memoria. "Vezimo, torna a ballare; non smettere di farlo", si legge sui pannelli. Tutti possono percorrere le otto tappe, ovviamente gratuitamente.
Uno dei volti dei testimoni della strage
Uno dei volti dei testimoni della strage
I bambini di Vezimo negli anni Quaranta
I bambini di Vezimo negli anni Quaranta
Il monumento dedicato alla strage
Il monumento dedicato alla strage
Riportiamo uno stralcio del libro.
 
Estate di guerra. La quinta.
Ero una bambina, guardi. Avevo solo... otto anni.
Mio papà, bello, forte, un papà, decide di tornare a casa dalla festa, a Vezimo, là dove si ballava. Io invece resto, con gli altri, per me è un’emozione vedere le grandi che ballano, e poi c’è la musica, e arriva gente. Ricordo che con me c’era la Margherita. Le dico a un certo punto che è tardi, c’è buio, è ora di andare a casa, poi ogni giorno qui ci si sveglia presto, bambini e non bambini, non importa.
Lei mi dice che resta a guardarmi dalla strada, se voglio, ma resta ancora un po’. Ma come. C’è buio, penso tra me e me. Io allora le grido: ‘Sei cattiva, Marghe’. Anche lei è solo una bambina. Io piango e cammino veloce verso casa pregando di arrivarci presto.
Quando arrivo chiedo a mamma se posso dormire con lei nel letto, finalmente, non vedo l’ora, voglio solo accoccolarmi accanto a lei, che non ha mai paura di niente ed è dolce con tutti noi. Le dico: ‘Mamma, non so perché ma ho tanta paura’.
Inizio a riprendere fiato. Sto per addormentarmi. Poco dopo, però, vedo un bagliore dalla finestra e ricordo solo che sentiamo le schegge sul tetto, come una pioggia, come se fosse caduto un pezzo del cielo.
Dio mio!
Mia mamma grida: ‘Hanno bombardato’, con papà si precipita in camicia da notte fuori. La mamma fa quello che ogni mamma fa: corre verso la festa, sulla strada buia, prega tra sé e sé, perché mia sorella Renata è ancora là. La trovano: svenuta e ferita, una scheggia l’aveva colpita. Ricordo che mia mamma mi disse che sembrava il sangue bollisse.
Mia mamma non perse tempo: usò acqua calda salata per disinfettare il più possibile mia sorella. Io piangevo, cos’altro potevo fare? Avevo otto anni, ero terrorizzata. Mi sono seduta sulla panca di casa, in fondo. Io sulla panca, inerme. Adulta. Mia sorella, che sembrava già morta.
Mia nonna ha spalancato la porta a un tratto, è venuta a chiamare mia mamma, disperata, anche mia zia Mina era rimasta ferita alla pancia, era gravissima, stava morendo. Mia nonna gridava: ‘Tua sorella ti chiama, non so quanto reggerà’, ma mia mamma, Caterina Serra, doveva pensare anche a Renata, sua figlia, e si chiedeva cosa fare, cosa doveva fare, come abbracciare tutte e due, come dir loro che lei c’era, non le avrebbe abbandonate mai.
Adesso, vede, molti li avrebbero salvati. Sarebbe arrivata l’eliambulanza, sarebbero arrivate le ambulanze, li avrebbero operati nelle sale chirurgiche. Al tempo, invece, non c’era niente. I feriti venivano caricati sulle slitte trainate dai buoi nel tentativo disperato di portarli a Bobbio, all’ospedale. Ma mio papà non voleva che Renata venisse caricata sulla slitta, non voleva. Il dottore arrivato da Ottone insisteva, perché non aveva nulla con sé per aiutarla. Mia mamma gli ha detto: ‘La prego, provi a curarla a casa’, e lui ha detto allora: ‘Proviamo...’. La cucirono senza anestesia. Questa era la guerra. Questa è stata Vezimo quella notte.
Pasqualina Ridella, aprile 2024